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L’Importanza della Donna nella Politica Contemporanea

𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨
Isola Capo Rizzuto – 25/10/2025

Discorso di Elisabetta Trenta al Convegno “𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨” svoltosi a Isola Capo Rizzuto sabato 25 ottobre 2025, organizzato dalla Fondazione Forum della Dottrina Sociale della Chiesa e moderato dal giornalista Francesco Verderame. COn la partecipazione di Monsignor Fusco, del senatore Luigi Vitali, del professor Mauro Alvisi e del presidente di Libertà è Democrazia, Arch. Affatato.

La CURA, il filo rosso tra donne e politica

Parlare di donna e politica, oggi, significa parlare di futuro e libertà.
C’è un filo rosso che lega queste due parole: la cura.

𝐋𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚: 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞, 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞.

E le donne, quando entrano davvero nella politica, portano con sé la capacità di 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐮𝐜𝐢𝐫𝐞 ciò che è stato lacerato.

Politica nuova è metodi diversi

Una 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 non è fatta di volti nuovi, ma di 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢.
Non nasce dalla forza, ma dalla 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
Non dal comando, ma dal 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨.
Non dal calcolo, ma dal senso di 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀.
Le donne non devono entrare nella politica degli uomini: devono cambiare il modo di farla.
Perché la loro presenza non è questione di quote, ma di qualità.
Le donne non fanno la politica del consenso, fanno la politica del senso, del significato, non del vantaggio.

Politica nuova e democrazia

U𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚.
Viviamo un tempo in cui lo spazio democratico si restringe: il Parlamento conta sempre meno, il potere si accentra, e il dissenso viene percepito come un ostacolo.
Tutto questo accade in nome dell’efficienza e della velocità.
Eppure la democrazia non è efficiente: è lenta, faticosa, difficile, ma è proprio questa fatica a renderla umana.
Difendere la democrazia significa avere coscienza del potere e sapere che ogni decisione presa in fretta o ogni regola piegata è una ferita alla libertà.
E qui 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚: 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.

Contro le mafie del territorio

Il titolo dell’evento aggiungeva un’altra parola chiave: “𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨”.
Perché le mafie non sono solo organizzazioni criminali: sono una mentalità, la cultura della convenienza, dell’omertà, del “così fan tutti”.
Le mafie si annidano nelle coscienze, e per sconfiggerle serve un risveglio civile.
E chi può generarlo, se non le donne?
Le donne che insegnano, amministrano, crescono figli, presidiano le comunità.
𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐨 𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞.
Una politica nuova è quella che non promette ma costruisce, che non si lascia intimidire dai poteri locali ma li sfida con la forza della trasparenza.

𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞: 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢,
𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞.

Serve una politica che non divida ma unisca, che non gridi ma spieghi, che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza. Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore. Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚. E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro. Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano. Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.

La politica esigente

Ecco perché la politica delle donne non è “più gentile”: è più esigente.
Perché chiede 𝐜𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀.
La politica deve tornare ad avere 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Deve saper guardare avanti, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨.
E ancora una volta le donne hanno questo sguardo naturale verso il futuro: costruiscono ogni giorno, con pazienza e responsabilità.

La politica bella

Serve una politica che non divida ma unisca,
che non gridi ma spieghi,
che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza.
Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.

Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.

E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.

Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.

Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.

PS: So bene che ogni generalizzazione è una semplificazione e che il mondo è pieno di donne che imitano gli uomini ed adottano stili di leadership prettamente maschili. Queste riflessioni vogliono essere un invito a non farlo, proprio per non perdere quella ricchezza che ci contraddistingue.

Democrazia, Sicurezza

L’età del dubbio. La percezione della realtà e i rischi derivanti dalla manipolazione delle immagini attraverso le nuove tecnologie digitali

Di Elisabetta Trenta Intervento tenuto al #ForumPA il 21 maggio 2025 su invito di PicTrue

Da sin: Emanuele Gentili, Founder & Director di TS-Way, Diego de Renzis, CEO & Co-Founder di Think2Future, Elisabetta Trenta, Direttrice Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale, Università Pegaso.

Se non possiamo più credere ai nostri occhi, a cosa potremo credere?

Il tema della verità delle immagino tocca nel profondo la nostra percezione della realtà e, con essa, la nostra democrazia, la nostra libertà, la nostra sicurezza.

Infatti è in base alla percezione della realtà, più che la realtà stessa, che noi pensiamo, prendiamo le nostre decisioni e anche votiamo o non votiamo. 

Viviamo un tempo strano, quasi paradossale. Un tempo in cui abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma facciamo sempre più fatica a distinguere il vero dal falso. 

Siamo immersi in quella che potremmo chiamare “l’età del dubbio”. Ma questo dubbio non è solo una questione intellettuale. 

È un dubbio strutturale, che mina la fiducia nelle istituzioni, nella stampa, nella politica, perfino nella realtà che vediamo con i nostri occhi.

La disinformazione non è un errore. È un’arma.

Per disinformazione infatti intendiamo  la diffusione intenzionale di notizie false o distorte, con l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica, creare confusione o influenzare decisioni politiche e sociali. È un’arma silenziosa che mina la fiducia e indebolisce la democrazia.

Oggi la disinformazione non è più solo un problema giornalistico, né solo un fenomeno virale sui social. È un sistema, costruito per manipolare, dividere, destabilizzare. È parte integrante delle strategie di potenze ostili, gruppi estremisti, reti criminali, ma anche, a volte, di attori statali che vogliono condizionare le nostre democrazie dall’interno.

Pensiamo ai deepfake, immagini o video completamente falsi ma incredibilmente realistici. Bastano pochi secondi per diffondere un finto discorso di un leader politico, una protesta che non è mai avvenuta, un crimine che non è mai accaduto. E nel tempo che impieghiamo a verificare l’autenticità, il danno è già fatto.

Ma andiamo oltre e parliamo di un concetto ancora più insidioso: la guerra psicologica. Non si tratta più di conquistare territori, ma di conquistare menti. 

Non si bombarda con i missili, ma con le emozioni: la paura, l’indignazione, il sospetto.

E poi c’è la guerra cognitiva: una strategia più sottile e continua. 

Non mira a farci credere qualcosa di specifico, ma a farci smettere di credere a qualsiasi cosa. A convincerci che non esiste più una verità, ma solo versioni. Che tutto è manipolabile, tutto è relativo. 

Quando la verità diventa opinione, la democrazia si indebolisce. Quando non crediamo più a nulla, diventiamo facilmente manipolabili.

È la dissoluzione della fiducia collettiva.

Le conseguenze di questo stato sono profonde:

La paura cresce. La gente si chiude, si radicalizza, cerca nemici.

La partecipazione democratica cala. Non ci fidiamo più di nessuno, non votiamo, non ci impegniamo.

La coesione sociale si frantuma. L’altro diventa sospetto. La verità, una provocazione.

E intanto, mentre noi ci dividiamo, chi vuole indebolire le nostre democrazie conquista terreno.

Ma c’è una risposta. E non è solo culturale o politica. È anche tecnologica. La tecnologia che crea il dubbio può anche fugare la nebbia. E qui entra in gioco Pictrue, piattaforma italiana utile per certificare l’autenticità delle immagini e dei video, utile a restituire certezza a ciò che vediamo. 

Riuscire a dare certezza di un’immagine o un video significa dare strumenti ai giornalisti, alle istituzioni, ai cittadini per difendersi. 

Significa iniziare a ricostruire quella fiducia collettiva che la disinformazione ha tentato di distruggere.

Voglio concludere dicendo che

La lotta alla manipolazione digitale non è solo una questione tecnica. È una battaglia culturale e democratica. 

Difendere la verità delle immagini è oggi un atto politico, un atto di responsabilità.

Se non possiamo più credere a ciò che vediamo, a cosa potremo credere?

Ecco perché strumenti come Pictrue non sono solo innovazione. Sono resistenza democratica. E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.

Elisabetta Trenta, Diego de Renzis, Emanuele Gentili






Carcere, Fratelli d'Italia, Giustizia, Mafia, Movimenti anarchici, Movimenti Antagonisti, Partito Democratico, POLITICA ITALIANA, Sicurezza

Attacco al 41bis, si fondono gli interessi di anarchici, antagonisti e mafia

Lo sciopero della fame dell’anarchico Alfredo Cospito per essere sottratto alla pena del 41 bis, ha assunto in questi giorni un peso incredibile sul governo, anche grazie agli di due esponenti di Fratelli d’Italia il sottosegretario alla Giustizia Delmastro delle Vedove ha rivelato infatti al deputato, vicepresidente del Copasir e coordinatore di FdI, Giovanni Donzelli, informazioni che quest’ultimo ha diffuso in aula ma che, come scritto dal Dipartimento Affari Penitenziari (DAP) in una email, sebbene non secretate, erano “Dati non divulgabili e non cedibili a terzi”.

Un errore di questo genere è inammissibile, in particolare, quando sia stato fatto non per fare chiarezza su una vicenda oscura, ma per attaccare un partito della minoranza, accusato di stare dalla parte della mafia soltanto perché alcuni parlamentari del Partito Democratico hanno fatto ciò che un parlamentare può e deve fare: andare a visitare un carcerato per conoscerne le condizioni di reclusione, soprattutto dopo più di 100 giorni di sciopero della fame.

Intanto gli anarchici accompagnano lo sciopero di Alfredo Cospito con azioni eversive che, per ora, non hanno avuto esito grave, ma avrebbero potuto averlo.

Cospito invece, dichiara ai mafiosi che lui non sta combattendo per se stesso, ma per tutti coloro che sono al 41bis e contro anche l’ergastolo ostativo.

Ma torniamo ai dati incautamente diffusi. L’onorevole Donzelli ha fornito dettagli sui colloqui tra Cospito e alcuni detenuti al 41bis per mafia, Francesco di Maio, boss dei Casalesi, Francesco Presti , killer della ‘Ndrangheta e Pietro Rampulla, mafioso di Cosa Nostra, che avrebbe dovuto far partire l’esplosivo della strage di Capaci al posto di Brusca. Dalle conversazioni si comprende che i mafiosi invitano Cospito a proseguire in una battaglia che è anche la loro: distruggere il regime del 41 bis.

 I dati diffusi dovevano arrivare in un plico consegnato a mano al Ministero come “𝑅𝑖𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑡𝑖” e cioè mostrabili ai soli destinatari, ma poiché c’era fretta di riceverli, per poterli mandare per email ordinaria, sono stati inviati con una nota del DAP che li classifica come “𝑎 𝑑𝑖𝑣𝑢𝑙𝑔𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑎”, ovvero che devono restare all’interno dell’amministrazione che li riceve.

Dunque è accertato: 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜𝑠𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑛𝑒𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑎 𝐷𝑜𝑛𝑧𝑒𝑙𝑙𝑖, 𝑛𝑜𝑛𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑒, 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑛𝑜, 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑣𝑒𝑙𝑎𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑎𝑢𝑙𝑎.

Insomma, i due esponenti di Fratelli d’Italia non sono giustificati per avere fornito quelle informazioni e questo pretenderebbe da parte di Giorgia Meloni una decisione che li sollevasse dal loro incarico. D’altra parte, se è vero che lo stato non deve trattare con mafiosi, terroristi o criminali e, allo stesso modo, occorre la stessa durezza anche con chi nel proprio partito, sbagliando, rischia di compromettere la sicurezza del Paese.

La situazione è ora assai complicata perché il governo non può permettere che Alfredo Cospito muoia, ma anche costringerlo con la forza ad interrompere lo sciopero della fame non è semplice; Lo Stato, però, non può e non deve cedere alla violenza e alla minaccia della stessa.

Foto dal web

Il 41 bis è stato firmato per Cospito nel maggio del 2022 dal ministro Cartabia perchè si era evidenziato che dal carcere pubblicava articoli che incitavano all’eversione.

E’ un momento pericoloso perchè ci sono indicatori che si stiano cominciando a connettere il mondo dell’antagonismo e dell’anarchismo, anche per via del comune antifascismo, insieme ad alcune istanze della mafia.

Non è il momento per uno stato debole. Ma qual’è l’essenza della forza dello Stato?

Lo Stato è forte quando rispetta la propria Costituzione, le proprie Leggi e le finalità per le quali sono state concepite.

Dunque, è appropriato analizzare se il caso di Alfredo Cospito rendesse necessario l’applicazione del 41 bis ed è giusto chiedersi se il 41 bis sia ancora il regime carcerario giusto per quegli appartenenti all’Anonima sarda sequestri che vi sono sottoposti. Quella organizzazione non esiste più da decenni, dunque, a quale organizzazione di appartenenza potrebbero i suoi ex aderenti inviare indicazioni e comandi dal carcere?

Per questo, occorre ben distinguere chi debba essere sottoposto al 41 bis, e chi invece possa essere detenuto in condizioni migliori.

Questo con due obiettivi:

  • Mantenere il 41 bis come strumento prezioso per la lotta al terrorismo ed alla mafia
  • Rispettare l’art 27 della Costituzione per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione”.

Per quanto riguarda le condizioni di Alfredo Cospito, è possibile e opportuno salvarlo anche contro il suo desiderio attraverso l’alimentazione forzata. Esistono diverse sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) che, di fatto, obbligano gli Stati ad intervenire anche contra iure interno (per esempio nel caso Rapazz. contro Svizzera) qualora lo sciopero della fame sia finalizzato alla richiesta di liberazione da parte di un detenuto.

In una recente sentenza dell’8/12/2022 (Violazione art. 3 C.e.d.u. (sostanziale) – Trattamenti inumani e degradanti – Alimentazione forzata di un detenuto in sciopero della fame) la CEDU ha preliminarmente chiarito che “le autorità interne possono sottoporre ad alimentazione forzata un detenuto in sciopero della fame, ma solo qualora ciò risulti necessario in base alle condizioni di salute dello stesso, dovendo comunque le autorità statali fornire adeguata dimostrazione di tale necessità”.

Inoltre, la Corte europea ha affermato che “le autorità interne non possono rimanere inerti in casi di questo tipo, dovendo invece provvedere a verificare le condizioni psico-fisiche del soggetto, nonché ad individuare le ragioni che hanno mosso il detenuto a scioperare“.

Intanto, al 107° giorno di sciopero della fame, il detenuto ha espresso la sua volontà di non essere alimentato artificialmente se le sue condizioni dovessero peggiorare fino a ridurlo ad uno stato di incoscienza.

Alfredo Cospito però deve essere salvato, in primo luogo come uomo, in secondo luogo perchè nessuno dovrebbe morire di carcere e, non ultimo, per non fare di lui un martire, cosa che, in questo momento, sarebbe assolutamente inopportuna.