Afghanistan, Crisi Internazionali, Geopolitica, POLITICA ITALIANA, Uncategorized

#ConflittoScacciaConflitto, l’Afghanistan dimenticato e le crisi che si sovrappongono

#ConflittoScacciaConflitto così, dopo nove mesi dalla fine della ventennale presenza militare in #Afghanistan, l’indignazione e la preoccupazione che ci ha tenuti davanti alle TV ad agosto, mentre assistevamo alla scena di centinaia di migliaia di persone ammassate intorno all’aeroporto di Kabul, sembra essere già dimenticata.

Eravamo esterrefatti nel vedere quegli uomini che sembravano manichini che cadevano dalle ali dell’aereo a cui si erano appesi, terrorizzati dal ritorno dei talebani con cui noi, l’occidente democratico, avevamo fatto dei patti nella ipocrita illusione che li avrebbero rispettati.

Eppure l’Afghanistan è lì con tutte le conseguenze del nostro lungo passaggio e del nostro essere andati via velocemente, fuggiti di fronte a una veloce avanzata di coloro che avevamo combattuto, mentre fingevamo di credere che avrebbero mantenuto parte di quelli che noi abbiamo ritenuto i successi della nostra presenza, soprattutto il progresso della società afghana, l’aumento della scolarizzazione per tutti e una maggiore libertà per le donne.

Oggi il ricordo di quei giorni di agosto sembra già quasi completamente cancellato dall’orrore di un’altra guerra e da un’altra catastrofe umanitaria.

Eppure qualcuno in Italia aveva detto che avremmo dialogato con i talebani buoni. 

Da qualche giorno i talebani hanno emesso un decreto che impone alle donne l’uso dell’ hijab e punisce il marito, i figli o il fratello se non lo indossano. Potrebbero infatti essere portati in tribunale e anche incarcerati per tre giorni.

La decisione viene dal ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio che è titolare anche dei controlli che esegue attraverso 7000 controllori.

“Le donne che non sono troppo anziane o troppo giovani devono coprire il volto a eccezione degli occhi, in rispetto delle direttive della Sharia, in modo da evitare provocazioni quando incontrano uomini che non sono parenti stretti”.

Il decreto dice anche che le donne che non hanno importanti mansioni da svolgere farebbero meglio a “restare a casa”.

Pare sia stato un compromesso tra talebani più moderati e radicali, tutto giocato sulle donne perché dovrebbe consentire di riaprire le scuole superiori femminili, ancora chiuse nonostante la promessa di riaprirle il 23 marzo. 

Si veda qui il video dell’annuncio: https://video.larena.it/video-server/media/video/215966.mp4

I talebani stanno soffocando di nuovo la vita delle donne che giorno dopo giorno perdono i diritti che faticosamente erano stati conquistati.

Intanto oggi il 95% della popolazione afghana, di cui 10 milioni di bambini, è alla fame con il costo della vita e i prezzi del cibo raddoppiati mentre i redditi sono scesi di un terzo e la disoccupazione è esplosa.

Tra l’altro il maggior esportatore di grano in Afghanistan è l’Ucraina e quindi la situazione può solo peggiorare.

Anche la situazione della sicurezza nel paese è al limite. Durante il Ramadan ci sono stati molti attacchi dello Stato Islamico del Korasan contro gli Hazara, gli sciiti, ed è prevedibile che con l’ondata di fame diffusa, l’Isis troverà nuovi adepti, mentre lo scontento per i talebani cresce anche tra chi all’inizio ha sperato che portassero pace nel paese. 

Mentre i talebani faticano a controllare il territorio l’IS-KP cresce e l’Afghanistan torna ad essere il centro del jihadismo.

Il Paese oggi è completamente isolato, nessun Paese ha ancora riconosciuto il governo dei talebani ma alcuni paesi stati come il Pakistan, la Russia, il Turkmenistan e l’Iran hanno ricevuto i loro diplomatici.

In Italia intanto, dopo la prima missione di evacuazione da Kabul degli Afghani che avevano lavorato con noi e ora rischiano la vita, si stava dando attuazione all’evacuazione di altri ex collaboratori e delle loro famiglie.

Ma è arrivata un’altra crisi umanitaria ed il nostro sistema di accoglienza è messo a dura prova.

E così oggi ci sono centinaia di persone che hanno ricevuto da noi una chiamata a recarsi in Pakistan o in Iran per poter poi essere accolti in Italia, che sono al terzo rinnovo del visto, hanno ormai finito i soldi per soggiornare nei due paesi e non sanno cosa devono fare perchè dall’Italia nessuno risponde. Una vergogna!

La guerra in Ucraina ci dimostra ancora una volta che il mondo non sta diventando più sicuro e le conseguenze che questa guerra porterà non solo nel Paese ma in Europa stessa e in tutti i Paesi dove ci sarà la crisi alimentare creeranno ulteriori pressioni sulle nostre coste.

E’ assolutamente necessario una revisione della normativa italiana ed europea sull’immigrazione e sul nostro sistema di accoglienza dei profughi e richiedenti asilo. perché fare annunci buonisti per poi disinteressarsi delle persone è ancora peggio del non fare niente, sopratutto dopo essere stati protagonisti noi stessi delle cause delle crisi umanitarie.

Crisi Internazionali, Crisi Russia Ucraina, Geopolitica, POLITICA ITALIANA, Unione Europea

Russia-Ucraina: andare oltre l’inevitabile per costruire un futuro possibile

I russi si ritirano, no non si ritirano, stanno solo fingendo, in realtà aumentano il numero di uomini al confine…la guerra fatta di informazioni tra Russia e Ucraina è iniziata da tanto tempo, quella vera ancora no e c’è sempre tempo per non farla scoppiare. 


La Ragione, l’esperienza, la  saggezza degli uomini e delle donne che contribuiscono alla costruzione della storia, momento per momento, dovranno fermare gli eventi. 

Credo che la guerra affascini, purtroppo è vero. 

Come dice Margaret Macmillan nel libro ‘War, Come la guerra ha plasmato gli uomini’, “la guerra è un mistero sia per chi la combatte che per chi vi assiste, un mistero complicato e inquietante. Dovrebbe suscitare ripugnanza eppure affascina e reca con se seducenti valori…”

Uno dei paradossi della guerra è che le cose per cui valga la pena vivere sono anche quelle per cui vale la pena morire, conquista, autodifesa, idee e sentimenti. 

Margaret Macmillan, ‘War, Come la guerra ha plasmato gli uomini’.

Ma l’uomo ha la ragione.

Mi piace ricordare a questo punto anche le parole di Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti, quando parla della guerra mondiale a pezzi ed accenna alla “mancanza di orizzonti in grado di farci convergere in unità, perché in ogni guerra ciò che risulta distrutto è «lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana», per cui «ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento». Così, il nostro mondo avanza in una dicotomia senza senso, con la pretesa di «garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia».

E ancora, in un suo discorso sulle armi nucleari, nel dicembre del 2019 Papa Francesco ha detto:

“La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani.”

Papa Francesco, Enciclica Fratelli Tutti

Dunque abbiamo di fronte a noi, la realtà, di un mondo che scalpita verso la guerra e il modello di un futuro che sia determinato dall’interdipendenza e corresponsabilità della famiglia umana. 

In mezzo ci sono le nostre scelte. 

Bene sta facendo l’Italia a rimanere voce dialogante di fronte all’evidenza delle scelte di Putin, che di fatto ha accerchiato anche l’Europa costringendola quasi a prendere una posizione unitaria di difesa dell’Ucraina (aggiungo, sacrosanta difesa), ma che non ha posto di fronte alle richieste di Putin altre minacce. 

Io andrei ancora oltre: occorre una svolta che cambi totalmente la prospettiva. Occorre una distensione totale.

Andando avanti nella direzione intrapresa non si sta facendo altro che far unire i destini di Russia e Cina. 

Ma ragioniamo sugli interessi russi: Putin vuole la neutralità dell’Ucraina. Possiamo ancora scambiare questa totale neutralità con l’impegno della Russia a continuare a rispettare gli accordi di Minsk? 

Putin ha bisogno di una via di uscita che non sia una sconfitta. 

Anche la Nato ha bisogno di una via di uscita che non sia una sconfitta. 

Può bastare la dichiarazione di Scholz a Kiev “L’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda” ? No perché durerà fino a che lui sarà al potere ma nulla assicura sul futuro. D’altra parte la Nato non può cambiare se stessa ed annullare la politica della porta aperta. E infatti il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al termine della ministeriale difesa della Nato a Bruxelles ha detto: “La porta della Nato rimane aperta, qualsiasi decisione sull’adesione alla Nato spetta agli Alleati e ai Paesi aspiranti e a nessun altro”. Ha aggiunto “Il diritto di ogni nazione a scegliere la propria strada è assolutamente fondamentale per la sicurezza europea e transatlantica e va rispettato”. Quindi? 

Probabilmente se fossero tutti i paesi europei a fare la stessa affermazione di Scholz, il peso sarebbe ben diverso, Putin avrebbe raggiunto il suo obiettivo e la Nato non avrebbe piegato la testa di fronte alle pretese russe. 

È l’Europa che oggi deve giocare il ruolo richiamato da Papa Francesco, quello di riunire gli orizzonti. 

D’altra parte la Nato ha una grande opportunità: far ripartire il dialogo con Putin! Concedere alla Russia di inserirsi in una prospettiva europea.

Ricorda George Robertson, segretario generale NATO tra il 1999 e il 2003 che nel 2000 durante un incontro Putin gli chiese quando avrebbe invitato la Russia ad entrare nella Nato. Putin a quel tempo non  escludeva l’adesione della Russia alla Nato, a patto di essere considerato un partner alla pari degli altri. Putin riteneva che la Russia facesse parte della cultura europea e che non dovesse essere isolata dall’Europa.

Oggi occorre garantire le scelte sovrane dell’Ucraina e offrire piena sicurezza alla Russia. 

USA, UE e Federazione russa, tutte insieme, assommano poco più della metà della popolazione cinese, la Russia è una nazione di tradizione, religione, storia e cultura europee con uno sviluppo coloniale asiatico, ma pur sempre nazione europea. 

È indispensabile favorire uno sviluppo e un equlibrio multipolari con un perno statunitense e partnership paritarie UE e Russia

Sembra fantapolitica, ma a chi conviene spingere la Russia verso la Cina? A nessuno, neanche alla Russia che piuttosto potrebbe, un giorno, essere un ponte verso la Cina. 

Sappiamo tutti che basterebbe poco nella situazione attuale per dare fuoco alle micce e che questo potrebbe avvenire anche inconsapevolmente.

Ma occorre andare oltre l’inevitabile e sognare l’impossibile per preparare il futuro.

Uncategorized

War in Ethiopia, we cannot stand by and watch. Written by Elisabetta Trenta.

Written by Elisabetta Trenta.

A humanitarian catastrophe is taking place in Ethiopia following a war little of which is said in Italy. As Italians (and Europeans), we cannot stand by, nor limit ourselves to only send emergency convoys. The unity and stability of Ethiopia, the Horn of Africa and the entire Region are at stake. Written by Elisabetta Trenta, former Italian Minister of Defense.

On September 16th, 2018, after more than twenty years of war, the world celebrated when the meeting between Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed and Eritrean dictator Isaias Afwerki marked the outbreak of peace between the two countries, both Italian colonies for a short period of time. Following this peace agreement and for announcing that he would launch liberal reforms in the fields of economics and politics and, therefore, giving concrete evidence of wanting to strengthen democracy, Abiy was awarded the Nobel Peace Prize in 2019. A prize awarded a little too early, but that expressed the enthusiasm for this new phase, which highlighted the moment of stabilization for the whole Horn of Africa and for the Italian relations in an area where we Italians still maintain close collaborations.

In the wake of these reforms, relations between Italy and Ethiopia began to develop faster than in the past, and I personally signed a cooperation agreement in the defense sector with the then Ethiopian defense minister, Aisha Mohammed Musa. The agreement included joint training initiatives, know-how exchange, peace support operations, countering terrorism and violent extremism, military research, development and collaboration in the defense industry.

Obviously, I would not have signed it if I had had only doubt about what happened afterward. At the time, however, we had no indicators regarding the future; on the contrary, we were looking at a country coming from fifty years of absolute monarchy, revolutions, civil war and authoritarianism. The new leader, immediately after taking office, freed political prisoners and journalists, opened to opposing parties and encouraged rebels to disarm; a very long war with Eritrea ended with the word peace and he promised to hold the first free and fair elections in the second most populous country in Africa.

However, in November 2020, President Abiy launched an offensive strike against the TPLF forces (Tigrayan People’s Liberation Front) which he had accused of pursuing insurgent objectives and being traitors to the homeland. What had happened?

From an ethnic point of view, Ethiopia is a very fragmented country with its nine states divided on an ethnic-linguistic basis. The state of Oromia is the most populous one, with approximately 33 million people. Abiy Ahmed belongs to the Oromo ethnicity, which is one of the most marginalized in the country that had not expressed a prime minister since 1991; the Tigrinya ethnic group, on the contrary, although representing only 6% of the Ethiopian population, has always had the prime minister in office.

A further clarification to try to understand the reason of the conflict is that Abiy won the elections, declaring he wanted to favor national unity and create a strong national identity, with the support of the Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), a coalition of which the TPLF was a key part. However, in order to further consolidate his position within the coalition, after the election Abiy established the Prosperity Party, easier to control, bringing together all the constituents except the TPLF.

The crisis with the TPLF worsened after Tigray held the regional elections in September 2020 deeming that the delay of the national elections due to the Covid pandemic, initially foreseen in August, was unconstitutional. Abiy did not concede to those elections. On 24 October, a change of commander should have taken place in the Northern Command; half of the Ethiopian Defense Forces depend from him. The commanding officers, many of them Tigrinians and with sympathies towards the TPLF, refused to welcome the new commander. As always, an excuse, an armed attack by the TPLF on an Ethiopian military base, prompted Abiy’s response, who therefore ordered airstrikes in order to dismantle the Tigray region’s government.

The military escalation immediately initiated a process that inevitably led towards a civil war (like the one from 1974-1991) which has strong possibilities of destabilizing the entire Horn of Africa and nearby countries such as Egypt and Sudan. Moreover, tensions with these two states have increased due to the construction of the GERD dam (Grand Ethiopian Renaissance Dam), which Ethiopia wants to complete even without having reached an agreement with Sudan and Egypt regarding the exploitation of the water resources of the Nile River.

Nowadays the humanitarian situation is a disaster: the government accuses the TPLF of employing drugged child soldiers and, on the other hand, the Tigrinya people and Eritrean refugees raped, tortured, massacred and subject to mass executions. All of them employed, along with hunger, as weapons of a war with the features of genocide. An immediate solution must be found to face 6.8 million civilians in dire need of food, 70,000 refugees in Sudan, 2.2 million internally displaced persons, 80% of health facilities looted, tens of thousands of civilians massacred and dozens of thousands of raped women and girls (Data source: Twitter account Tigray Italy).

The U.S. Department of State has initiated a legal process to determine whether the news of the mass executions and rape are indeed a clear sign of ongoing genocide, that is, the will to “destroy, in whole or in substantial part, a national, ethnic, racial or religious group”. A declaration of genocide would mean that that war is no longer an internal event; it is something that affects humanity as a whole and could, therefore, also justify an external intervention.

In the meanwhile, U.S. President Joe Biden has signed an executive order imposing sanctions on all criminals, from every faction, perpetrators of war crimes and crimes against humanity since the start of the war in Tigray. In addition, there will also be a reform and an update regarding the legislation on the arms embargo towards Eritrea and the inclusion of the same rules regarding Ethiopia. This is a clear pressure from the United States towards the respect of human rights, to allow access for humanitarian convoys to Tigray and to try to bring together, at the peace table, all the parties involved, including Eritrean troops and Amara militias that are supporting the Ethiopian army.

Like the United States also the European Union asks for firmness, in an international framework in which Prime Minister Abiy has preferred the support from emerging powers rather from them; countries such as Turkey, Russia or Somalia that have little concerns towards human rights. In this context, Italy must not stand by and watch, nor limit itself to only attempting to send emergency convoys. The unity and stability of Ethiopia, the Horn of Africa and the entire Region are at stake.

Significant political initiatives are also needed such as, for example, suspending the collaboration agreement in the defense sector that I signed, and was later put into force while we were beginning to realize the way the country was heading. It is not enough to simply encourage dialogue, we need a real – composite – initiative for peace. The Ethiopian society present in Italy is asking for it and our humanity demands us to do so.

This article in Italian

Difesa, POLITICA ITALIANA

L’Arroganza del potere e la flessibilità a giorni/governi alterni

Possiamo riassumere con una semplice ma efficace frase la filosofia che è dietro alla modifica normativa, inserita nel decreto d’urgenza “Misure urgenti in materia di giustizia e difesa, nonché proroghe di referendum, assegno temporaneo e IRAP”, che è stata inserita per assicurare alla Marina il prossimo Capo di Stato Maggiore della Difesa, che, come da prassi, vuole la rotazione tra le varie FFAA. La frase è la seguente “esistono solo due categorie di norme: quelle che non si applicano e quelle che si modificano prima di applicarle”. 

Nulla da dire rispetto alla Marina, Forza Armata che, come ho scritto in un articolo tempo fa, è stata troppo ridimensionata e questo è un pericolo per un paese “immerso” nel Mediterraneo. Sono anche d’accordo che sia importante rispettare la prassi che spesso ha una forza superiore alla legge ma, nonostante le giustificazioni che il Sole 24ore stamattina si è affrettato a fornire a un pubblico che poco conosce le dinamiche della Difesa, questa sembra proprio una di quelle modifiche normative ad personam e, mi viene il sospetto che essendo inserita in un decreto d’urgenza, possa alla fine non essere convertita, in modo da agire solo sul caso specifico. 

Potrebbe sembrare strano che io stia esprimendo rammarico per il provvedimento, visto che io stessa avevo cercato di promuovere la stessa norma, proprio perché anche allora esisteva un ventaglio di scelte limitato.

Eppure in quel caso, a parità di condizioni, non si era potuto fare.

Ho condiviso alla fine la premura di chi mi diceva “la Difesa è un’organizzazione che va toccata con delicatezza…”. Perchè oggi, mi chiedo, questa delicatezza non sia più necessaria per maneggiare la Difesa? 

Come mai, avendo avuto tanto tempo (da set 2019), non si è pensato di procedere con una Legge ordinaria che avrebbe consentito di coinvolgere nella scelta il Parlamento, e di avviare la fase di concertazione interistituzionale che è necessaria per modificare un codice complesso come quello dell’Ordinamento Militare (COM)? Vero è che con un decreto Legge, vista la necessità e l’urgenza, la concertazione avviene nel Consiglio dei Ministri, ma dove stanno la necessità e l’urgenza quando si parla di una carica che sapevamo già tre anni fa che sarebbe cambiata oggi?

Che poi, il modo per far sì che la carica andasse alla Marina senza fare questa forzatura con un decreto Legge e senza violare la prassi che vuole che il capo sia scelto fra i 4 stelle esisteva: bastava far passare dalla carica di Capo di Segredifesa l’attuale vice per poi nominare lui (come è già avvenuto in passato). 

Come vedete non sto parlando di persone e non ho fatto alcun nome. Tutti gli alti ufficiali coinvolti nel giro delle nomine, essendo arrivati dove sono, hanno tutte le carte in regola per assumere le responsabilità più alte, ma, ripeto la domanda, come mai, a parità di condizioni, oggi si può fare ciò che ieri non si poteva? 

E se domani si ripetesse di nuovo l’empasse, si tornerebbe ancora indietro? 

Non sarebbe meglio sostituire l’arbitrarietà delle scelte mascherata da legge e prassi con una norma fatta bene e che consideri ogni possibile fattispecie? 

E, infine, come si manifesta la tanto dichiarata volontà di andare verso delle Forze armate interforze se non si supera la necessità della prassi dell’alternanza?

#ElisabettaTrenta #PensiamoilFuturo #NoiNuoviOrizzontiperlItalia