Il discorso di Mattarella al Bundestag del 16 novembre 2025
Ho letto con attenzione il discorso del Presidente Sergio Mattarella al Bundestag. Mi ha colpita profondamente, perché in un tempo in cui tanti gridano, lui ha scelto la strada più difficile: dire la verità con fermezza, senza aggressività.
Quando ricorda che oggi oltre il 90% delle vittime delle guerre sono civili, non sta facendo un’analisi: sta descrivendo un dolore che vediamo ogni giorno. Kiev, Gaza… e tutte le guerre dimenticate. È il volto dei bambini, delle madri, degli anziani. È il motivo per cui non possiamo abituarci all’idea che la guerra sia una soluzione.
E quando dice che la guerra di aggressione è un crimine, lo fa mentre nel mondo riaffiorano nostalgie per la forza bruta, per chi pensa che si possa “amare la bomba”. Non si può. Non si deve.
Mi ha colpito anche il passaggio più difficile: quello in cui riconosce la corresponsabilità italiana nella tragedia della Seconda guerra mondiale. Non è facile dirlo. Ma è un gesto di maturità, di verità, di memoria condivisa con la Germania. Solo chi conosce fino in fondo le proprie ombre può davvero scegliere la luce.
E poi l’Europa. Mattarella lo ha detto chiaramente: Italia e Germania sono diventate grandi perché hanno scelto l’unità europea. Non c’è nessun bisogno di chi vorrebbe riportarci indietro, né di ricette sovraniste travestite da soluzioni facili. L’Europa non è perfetta, ma è la nostra casa. È il luogo dove si costruisce la pace.
Io ci credo profondamente: la pace non accade da sola. La si costruisce, ogni giorno, con responsabilità, istituzioni forti, dialogo e coraggio.
E queste parole, oggi, mi ricordano perché continuo a impegnarmi. Perché la democrazia è fragile. E perché la pace è un dovere, prima ancora che un sogno.
Discorso di Elisabetta Trenta al Convegno “𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨” svoltosi a Isola Capo Rizzuto sabato 25 ottobre 2025, organizzato dalla Fondazione Forum della Dottrina Sociale della Chiesa e moderato dal giornalista Francesco Verderame. COn la partecipazione di Monsignor Fusco, del senatore Luigi Vitali, del professor Mauro Alvisi e del presidente di Libertà è Democrazia, Arch. Affatato.
La CURA, il filo rosso tra donne e politica
Parlare di donna e politica, oggi, significa parlare di futuro e libertà. C’è un filo rosso che lega queste due parole: la cura.
E le donne, quando entrano davvero nella politica, portano con sé la capacità di 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐮𝐜𝐢𝐫𝐞 ciò che è stato lacerato.
Politica nuova è metodi diversi
Una 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 non è fatta di volti nuovi, ma di 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢. Non nasce dalla forza, ma dalla 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚. Non dal comando, ma dal 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨. Non dal calcolo, ma dal senso di 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀. Le donne non devono entrare nella politica degli uomini: devono cambiare il modo di farla. Perché la loro presenza non è questione di quote, ma di qualità. Le donne non fanno la politica del consenso, fanno la politica del senso, del significato, non del vantaggio.
Politica nuova e democrazia
U𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚. Viviamo un tempo in cui lo spazio democratico si restringe: il Parlamento conta sempre meno, il potere si accentra, e il dissenso viene percepito come un ostacolo. Tutto questo accade in nome dell’efficienza e della velocità. Eppure la democrazia non è efficiente: è lenta, faticosa, difficile, ma è proprio questa fatica a renderla umana. Difendere la democrazia significa avere coscienza del potere e sapere che ogni decisione presa in fretta o ogni regola piegata è una ferita alla libertà. E qui 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚: 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Contro le mafie del territorio
Il titolo dell’evento aggiungeva un’altra parola chiave: “𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨”. Perché le mafie non sono solo organizzazioni criminali: sono una mentalità, la cultura della convenienza, dell’omertà, del “così fan tutti”. Le mafie si annidano nelle coscienze, e per sconfiggerle serve un risveglio civile. E chi può generarlo, se non le donne? Le donne che insegnano, amministrano, crescono figli, presidiano le comunità. 𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐨 𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞. Una politica nuova è quella che non promette ma costruisce, che non si lascia intimidire dai poteri locali ma li sfida con la forza della trasparenza.
Serve una politica che non divida ma unisca,
che non gridi ma spieghi,
che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza.
Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.
Perché, come amo ricordare,
𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.
Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.
Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.
La politica esigente
Ecco perché la politica delle donne non è “più gentile”: è più esigente. Perché chiede 𝐜𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀. La politica deve tornare ad avere 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞. Deve saper guardare avanti, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨. E ancora una volta le donne hanno questo sguardo naturale verso il futuro: costruiscono ogni giorno, con pazienza e responsabilità.
La politica bella
Serve una politica che non divida ma unisca, che non gridi ma spieghi, che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza. Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.
Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.
Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.
Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.
PS: So bene che ogni generalizzazione è una semplificazione e che il mondo è pieno di donne che imitano gli uomini ed adottano stili di leadership prettamente maschili. Queste riflessioni vogliono essere un invito a non farlo, proprio per non perdere quella ricchezza che ci contraddistingue.
La partenza della Global Sumud Flotilla ha portato con sé un carico di ideali e di coraggio che non può essere sottovalutato. Donne e uomini che rischiano la vita per attirare l’attenzione sulla tragedia del popolo palestinese hanno dimostrato che si può ancora credere in cause giuste, in valori alti, in ideali che meritano rispetto.
Il confine tra idealismo e responsabilità
Ma proprio perché la causa è nobile e umanitaria, non dovrebbe mai essere confusa con la propaganda politica anche se non c’è niente di più politico, nel senso alto del termine, che ergersi in difesa del diritto umanitario e contro il massacro di civili indifesi. La sofferenza del popolo palestinese non ha bisogno di bandiere di parte, ma di un sostegno concreto, legittimo e trasparente. Se lo scopo è umanitario, allora è controproducente compiere gesti che possano mettere in pericolo il raggiungimento di quell’obiettivo.
Il blocco navale e il diritto internazionale
Non condivido la scelta di forzare un blocco navale. Un blocco, pur discutibile, ha regole precise: navi della Marina italiana o di altri Stati non potrebbero scortare la flottiglia senza rischiare di trasformare un’azione simbolica in un atto di guerra. Lo affermo da ex Ministro della difesa: nessun vantaggio verrebbe al popolo palestinese dalla morte degli attivisti, e a un certo punto diventa necessario fare scelte intelligenti, non solo coraggiose.
Non ha senso mettere a rischio la propria vita, soprattutto se si riesce comunque a far arrivare gli aiuti. Un obiettivo fondamentale è già stato raggiunto: quello di attirare l’attenzione del mondo sulla vergogna di ciò che sta accadendo a Gaza e sulla necessità di non voltarsi dall’altra parte.
Ma occorre ragionare anche su un’altra realtà: persino se si arrivasse su quelle spiagge — che non dispongono di un porto — senza un sistema organizzato di distribuzione degli aiuti sarebbe difficile persino consegnarli. Si otterrebbe, al massimo, un piccolo risultato temporaneo, ma non una soluzione duratura.
Il rischio che la situazione degeneri è altissimo. Israele non dovrebbe usare la forza contro la Flottilla, ma sappiamo tutti, purtroppo, che è assai probabile che non si facciano scrupoli a farlo. Hanno già dimostrato di essere pronti ad attaccare anche Stati sovrani sul loro territorio, in barba a qualsiasi norma di diritto.
Ecco perché penso che il Ministro Crosetto e la Marina stiano facendo bene a consigliare agli uomini e alle donne della Flottilla di fermarsi. Non per vigliaccheria, non per mancanza di coraggio o per paura, ma perché sarebbe inutile. A protagonisti scambiati, potrebbe sembrare la storia di Davide e Golia, una storia di fede e di coraggio che mostra come anche i più deboli possano vincere contro un gigante armato se hanno fede in Dio. Ma qui temo che la fede non basti.
La sofferenza che non possiamo ignorare
Al tempo stesso, non possiamo rimanere indifferenti. Il massacro indiscriminato di civili palestinesi, i bambini uccisi da fame e bombe, le violenze crescenti in Cisgiordania, la sorte degli ostaggi israeliani che non vengono liberati: tutto questo è una ferita aperta alla coscienza dell’umanità. Non basta indignarsi, bisogna denunciarlo con forza, pretendere risposte, mobilitare energie.
La Flottilla, in questo, ha già dato un esempio prezioso: ha richiamato l’attenzione del mondo e questo è un grande risultato. Ma agli obiettivi si deve arrivare con strategia.
La via della negoziazione e degli aiuti umanitari
In queste ore ho ascoltato le parole di Trump su quella che ha chiamato la “pace eterna” che starebbe preparando in Medio Oriente. Confesso tutte le mie riserve: la pace non si costruisce con slogan o con giochi di potere. Eppure, se anche un piccolo spiraglio si apre, abbiamo il dovere di non chiuderlo con azioni che rischino di degenerare in tragedia.
Per questo il mio appello va a chi oggi si trova sulle navi della Flottilla: avete già dimostrato coraggio e idealismo, avete acceso i riflettori del mondo su Gaza. Non spegnete quella luce con un gesto che potrebbe trasformarsi in una disgrazia. La vostra forza sta nel vivere e continuare a testimoniare, non nel sacrificare la vostra vita.
Il ruolo della comunità internazionale e della Chiesa
Se davvero lo scopo è portare aiuti umanitari, allora la strada è quella della negoziazione. Con il sostegno della comunità internazionale e il coinvolgimento della Chiesa, si può e si deve lavorare per un corridoio permanente per gli aiuti.
Questo significherebbe vincere: ottenere il risultato, salvare vite, aprire un varco alla speranza.
I martiri non servono. Servono intelligenza, fermezza e la capacità di trasformare il coraggio in risultati concreti. Questa deve essere la nostra comune battaglia.
Arrendersi alla forza?
E allora, direte voi, dobbiamo arrenderci alle nuove leggi delle relazioni internazionali, basate su forza, guerra e muscoli? No, non significa arrendersi. Significa invece avere la lucidità di distinguere tra gesti simbolici che rischiano di produrre nuove tragedie e un’azione politica che, con il sostegno di istituzioni e comunità internazionale, può davvero aprire spazi di negoziato e costruire corridoi umanitari permanenti.
Elisabetta Trenta – già Ministro della Difesa, Direttrice dell’Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale dell’Università Pegaso.
Di Elisabetta Trenta – Intervento tenuto al #ForumPA il 21 maggio 2025 su invito di PicTrue
Da sin: Emanuele Gentili, Founder & Director di TS-Way, Diego de Renzis, CEO & Co-Founder di Think2Future, Elisabetta Trenta, Direttrice Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale, Università Pegaso.
Se non possiamo più credere ai nostri occhi, a cosa potremo credere?
Il tema della verità delle immagino tocca nel profondo la nostra percezione della realtà e, con essa, la nostra democrazia, la nostra libertà, la nostra sicurezza.
Infatti è in base alla percezione della realtà, più che la realtà stessa, che noi pensiamo, prendiamo le nostre decisioni e anche votiamo o non votiamo.
Viviamo un tempo strano, quasi paradossale. Un tempo in cui abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma facciamo sempre più fatica a distinguere il vero dal falso.
Siamo immersi in quella che potremmo chiamare “l’età del dubbio”. Ma questo dubbio non è solo una questione intellettuale.
È un dubbio strutturale, che mina la fiducia nelle istituzioni, nella stampa, nella politica, perfino nella realtà che vediamo con i nostri occhi.
La disinformazione non è un errore. È un’arma.
Per disinformazione infatti intendiamo la diffusione intenzionale di notizie false o distorte, con l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica, creare confusione o influenzare decisioni politiche e sociali. È un’arma silenziosa che mina la fiducia e indebolisce la democrazia.
Oggi la disinformazione non è più solo un problema giornalistico, né solo un fenomeno virale sui social. È un sistema, costruito per manipolare, dividere, destabilizzare. È parte integrante delle strategie di potenze ostili, gruppi estremisti, reti criminali, ma anche, a volte, di attori statali che vogliono condizionare le nostre democrazie dall’interno.
Pensiamo ai deepfake, immagini o video completamente falsi ma incredibilmente realistici. Bastano pochi secondi per diffondere un finto discorso di un leader politico, una protesta che non è mai avvenuta, un crimine che non è mai accaduto. E nel tempo che impieghiamo a verificare l’autenticità, il danno è già fatto.
Ma andiamo oltre e parliamo di un concetto ancora più insidioso: la guerra psicologica. Non si tratta più di conquistare territori, ma di conquistare menti.
Non si bombarda con i missili, ma con le emozioni: la paura, l’indignazione, il sospetto.
E poi c’è la guerra cognitiva: una strategia più sottile e continua.
Non mira a farci credere qualcosa di specifico, ma a farci smettere di credere a qualsiasi cosa. A convincerci che non esiste più una verità, ma solo versioni. Che tutto è manipolabile, tutto è relativo.
Quando la verità diventa opinione, la democrazia si indebolisce.Quando non crediamo più a nulla, diventiamo facilmente manipolabili.
È la dissoluzione della fiducia collettiva.
Le conseguenze di questo stato sono profonde:
La paura cresce. La gente si chiude, si radicalizza, cerca nemici.
La partecipazione democratica cala. Non ci fidiamo più di nessuno, non votiamo, non ci impegniamo.
La coesione sociale si frantuma. L’altro diventa sospetto. La verità, una provocazione.
E intanto, mentre noi ci dividiamo, chi vuole indebolire le nostre democrazie conquista terreno.
Ma c’è una risposta. E non è solo culturale o politica. È anche tecnologica. La tecnologia che crea il dubbio può anche fugare la nebbia. E qui entra in gioco Pictrue, piattaforma italiana utile per certificare l’autenticità delle immagini e dei video, utile a restituire certezza a ciò che vediamo.
Riuscire a dare certezza di un’immagine o un video significa dare strumenti ai giornalisti, alle istituzioni, ai cittadini per difendersi.
Significa iniziare a ricostruire quella fiducia collettiva che la disinformazione ha tentato di distruggere.
Voglio concludere dicendo che
La lotta alla manipolazione digitale non è solo una questione tecnica. È una battaglia culturale e democratica.
Difendere la verità delle immagini è oggi un atto politico, un atto di responsabilità.
Se non possiamo più credere a ciò che vediamo, a cosa potremo credere?
Ecco perché strumenti come Pictrue non sono solo innovazione. Sono resistenza democratica. E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.
Elisabetta Trenta, Diego de Renzis, Emanuele Gentili