Flottilla Gaza corridoio umanitario
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Flottilla Gaza: coraggio, rischi e la via umanitaria

Di Elisabetta Trenta

Il coraggio e gli ideali della Flottilla

La partenza della Global Sumud Flotilla ha portato con sé un carico di ideali e di coraggio che non può essere sottovalutato. Donne e uomini che rischiano la vita per attirare l’attenzione sulla tragedia del popolo palestinese hanno dimostrato che si può ancora credere in cause giuste, in valori alti, in ideali che meritano rispetto.

Il confine tra idealismo e responsabilità

Ma proprio perché la causa è nobile e umanitaria, non dovrebbe mai essere confusa con la propaganda politica anche se non c’è niente di più politico, nel senso alto del termine, che ergersi in difesa del diritto umanitario e contro il massacro di civili indifesi. La sofferenza del popolo palestinese non ha bisogno di bandiere di parte, ma di un sostegno concreto, legittimo e trasparente. Se lo scopo è umanitario, allora è controproducente compiere gesti che possano mettere in pericolo il raggiungimento di quell’obiettivo.

Il blocco navale e il diritto internazionale

Non condivido la scelta di forzare un blocco navale. Un blocco, pur discutibile, ha regole precise: navi della Marina italiana o di altri Stati non potrebbero scortare la flottiglia senza rischiare di trasformare un’azione simbolica in un atto di guerra. Lo affermo da ex Ministro della difesa: nessun vantaggio verrebbe al popolo palestinese dalla morte degli attivisti, e a un certo punto diventa necessario fare scelte intelligenti, non solo coraggiose.

Fonte immagine: Italianews

Dal blocco illegale ai rischi internazionali

Non ha senso mettere a rischio la propria vita, soprattutto se si riesce comunque a far arrivare gli aiuti. Un obiettivo fondamentale è già stato raggiunto: quello di attirare l’attenzione del mondo sulla vergogna di ciò che sta accadendo a Gaza e sulla necessità di non voltarsi dall’altra parte.

Ma occorre ragionare anche su un’altra realtà: persino se si arrivasse su quelle spiagge — che non dispongono di un porto — senza un sistema organizzato di distribuzione degli aiuti sarebbe difficile persino consegnarli. Si otterrebbe, al massimo, un piccolo risultato temporaneo, ma non una soluzione duratura.

Il rischio che la situazione degeneri è altissimo. Israele non dovrebbe usare la forza contro la Flottilla, ma sappiamo tutti, purtroppo, che è assai probabile che non si facciano scrupoli a farlo. Hanno già dimostrato di essere pronti ad attaccare anche Stati sovrani sul loro territorio, in barba a qualsiasi norma di diritto.

Ecco perché penso che il Ministro Crosetto e la Marina stiano facendo bene a consigliare agli uomini e alle donne della Flottilla di fermarsi. Non per vigliaccheria, non per mancanza di coraggio o per paura, ma perché sarebbe inutile. A protagonisti scambiati, potrebbe sembrare la storia di Davide e Golia, una storia di fede e di coraggio che mostra come anche i più deboli possano vincere contro un gigante armato se hanno fede in Dio. Ma qui temo che la fede non basti.

La sofferenza che non possiamo ignorare

Al tempo stesso, non possiamo rimanere indifferenti. Il massacro indiscriminato di civili palestinesi, i bambini uccisi da fame e bombe, le violenze crescenti in Cisgiordania, la sorte degli ostaggi israeliani che non vengono liberati: tutto questo è una ferita aperta alla coscienza dell’umanità. Non basta indignarsi, bisogna denunciarlo con forza, pretendere risposte, mobilitare energie.

La Flottilla, in questo, ha già dato un esempio prezioso: ha richiamato l’attenzione del mondo e questo è un grande risultato. Ma agli obiettivi si deve arrivare con strategia.

La via della negoziazione e degli aiuti umanitari

In queste ore ho ascoltato le parole di Trump su quella che ha chiamato la “pace eterna” che starebbe preparando in Medio Oriente. Confesso tutte le mie riserve: la pace non si costruisce con slogan o con giochi di potere. Eppure, se anche un piccolo spiraglio si apre, abbiamo il dovere di non chiuderlo con azioni che rischino di degenerare in tragedia.

Per questo il mio appello va a chi oggi si trova sulle navi della Flottilla: avete già dimostrato coraggio e idealismo, avete acceso i riflettori del mondo su Gaza. Non spegnete quella luce con un gesto che potrebbe trasformarsi in una disgrazia. La vostra forza sta nel vivere e continuare a testimoniare, non nel sacrificare la vostra vita.

Il ruolo della comunità internazionale e della Chiesa

Se davvero lo scopo è portare aiuti umanitari, allora la strada è quella della negoziazione. Con il sostegno della comunità internazionale e il coinvolgimento della Chiesa, si può e si deve lavorare per un corridoio permanente per gli aiuti.

Questo significherebbe vincere: ottenere il risultato, salvare vite, aprire un varco alla speranza.

I martiri non servono. Servono intelligenza, fermezza e la capacità di trasformare il coraggio in risultati concreti. Questa deve essere la nostra comune battaglia.

Arrendersi alla forza?

E allora, direte voi, dobbiamo arrenderci alle nuove leggi delle relazioni internazionali, basate su forza, guerra e muscoli?
No, non significa arrendersi. Significa invece avere la lucidità di distinguere tra gesti simbolici che rischiano di produrre nuove tragedie e un’azione politica che, con il sostegno di istituzioni e comunità internazionale, può davvero aprire spazi di negoziato e costruire corridoi umanitari permanenti.

Elisabetta Trenta – già Ministro della Difesa, Direttrice dell’Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale dell’Università Pegaso.

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