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Occorre fare di più per fermare il genocidio in Etiopia

In Etiopia si sta consumando una catastrofe umanitaria in seguito a una guerra di cui in Italia si parla troppo poco

L’antefatto

Il 16 settembre 2018 il mondo ha esultato quando, dopo 20 anni di guerra, l’incontro tra il primo ministro Etiope Abiy Ahmed e il dittatore eritreo Isaias Afwerki è stato il segno dello scoppio della pace tra i due Paesi che sono stati per un breve periodo colonie italiane.

Il primo Ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed (sin) con il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh Mohammed (dx) all’arrivo per i colloqui di pace. Aeroporto internazionale di Addis Ababa, Etiopia, 26 giugno 2018. (Photo by YONAS TADESSE / AFP/Getty Images)

Per questa pace e per aver annunciato che avrebbe varato riforme liberali in economia e politica e, quindi, dato concrete prove di voler rafforzare la democrazia, Abiy ha ricevuto il Nobel della pace nel 2019.

Un premio arrivato un po’ presto ma che rifletteva l’entusiasmo per questa nuova fase che doveva segnare un momento di stabilizzazione per tutto il Corno d’Africa e anche per le relazioni italiane con un’area con la quale manteniamo ancora molti rapporti di vicinanza.

Qui il post che pubblicai in quel periodo. http://urly.it/3fqx8

Sull’onda di questa ventata di riforme i rapporti tra Italia ed Etiopia cominciarono a svilupparsi più velocemente che in passato e io personalmente siglai un accordo di collaborazione nel settore della difesa con l’allora ministro della difesa etiope, Aisha Mohammed Musa.

Con la ministro Aisha Mohammed Musa (sin)

L’accordo prevedeva iniziative di formazione congiunte, trasferimento di conoscenze, operazioni a sostegno della pace, il contrasto al terrorismo e all’estremismo violento; la ricerca e lo sviluppo in ambito militare e la collaborazione in materia di industria della difesa”.

Certo non lo avrei firmato se avessi avuto anche il solo dubbio su quello che invece poi è successo. In quel momento però non avevamo indicatori che ci potessero far presagire il futuro; vedevamo, invece, un Paese che veniva da cinquanta anni di monarchia assoluta, rivoluzioni, guerra civile e autoritarismo, il cui nuovo leader, subito dopo l’arrivo al governo, liberava i prigionieri politici e i giornalisti, apriva ai partiti di opposizione e incoraggiava i ribelli a disarmarsi, terminava con la parola pace una guerra lunghissima con l’Eritrea e prometteva di tenere le prime elezioni libere nel secondo paese più popoloso in Africa.

L’inizio della guerra

A novembre 2020 però il Presidente Abiy ha dato il via a un’offensiva contro le forze del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè) che aveva accusato di perseguire obiettivi insurrezionali e di essere traditrici della patria. Cosa era successo?

Premesso che l’Etiopia è un paese molto frammentato dal punto di vista etnico, i cui nove stati sono divisi su base grossomodo etnico-linguistica. Lo stato di Oromia è il più popoloso, con circa 33 milioni di abitanti. Lo stesso Abiy Ahmed è di etnia Oromo, che è una delle più marginalizzate del paese che, però, dal 1991 non aveva più avuto un Primo Ministro, a differenza dell’etnia tigrina che, benchè rappresentasse soltanto il 6% della popolazione etiope, ha sempre espresso il Primo Ministro in carica.

Ulteriore precisazione per cercare di capire le motivazioni del conflitto è che Abiy vinse le elezioni, dichiarando di voler favorire l’unità nazionale e creare una forte identità nazionale, con il sostegno dell’ “Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF)”, una coalizione di cui il TPLF era parte fondamentale.

Dopo l’elezione però, per consolidare la sua posizione nella coalizione, Abiy creò il il Prosperity party – un partito più facile da controllare, che riuniva tutte le componenti tranne il TPLF.

La crisi con il TPLF si acui dopo che a settembre 2020 il Tigray aveva svolto le elezioni regionali ritenendo incostituzionale il ritardo a causa del Covid delle elezioni nazionali, che dovevano tenersi in Agosto. Abiy non aveva riconosciuto quelle elezioni.

Il 24 ottobre doveva avvenire un cambio di comandante nel Comando del Nord, dal quale dipendono circa la metà delle Forze di Difesa etiopi. Gli ufficiali in carica, molti dei quali tigrini e con simpatie per il TPLF, rifiutarono di accogliere il nuovo comandante.

Come sempre, un pretesto, un attacco armato del TPFL ad una base militare etiope, causò la risposta di Abiy che ordinò attacchi aerei con lo scopo di sciogliere il governo della regione del Tigray.

Da subito l’escalation militare ha avviato un processo che è andato ineluttabilmente verso una guerra civile (come quella del 1974-1991) che ha forti possibilità di destabilizzare l’intero Corno d’Africa e i Paesi più vicini come Egitto e Sudan, con i quali le tensioni sono aumentate a causa della costruzione della diga di Gerd (Grand Ethiopian Renaissance Dam), che l’Etiopia vuole portare a compimento anche senza aver raggiunto con Sudan ed Egitto un accordo sullo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo.

La situazione umanitaria

Oggi la situazione umanitaria è disastrosa, con accuse da parte del governo al TPLF che utilizzerebbe bambini soldato dopo aver dato loro una droga, e dall’altra parte il popolo tigrino e i rifugiati eritrei, fatti oggetto di stupri, torture, massacri ed esecuzioni di massa, usati, insieme alla fame, come armi di una guerra che ha tutte le caratteristiche di un genocidio.

Cfr: http://tommasin.org/blog/2021-09-05/i-cadaveri-galleggiano-lungo-il-fiume-segni-di-genocidio-in-tigray

Di fronte ai 6,8 milioni di civili hanno un disperato bisogno di cibo, ai 70.000 rifugiati in Sudan, ai  2,2 milioni di sfollati interni, all’80% delle strutture sanitarie saccheggiate, alle decine di migliaia di civili massacrati e alle decine di migliaia di donne e bambine stuprate (Fonte dati: Account Twitter Tigray Italy) occorre trovare una soluzione immediata.

L’attenzione internazionale

Il Dipartimento di Stato USA ha avviato un processo legale per stabilire se effettivamente le notizie delle esecuzioni di massa e degli stupri siano il segno evidente di un genocidio in atto, ovvero, della volontà di “distruggere, in tutto o in parte sostanziale, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Una dichiarazione di genocidio vuol dire che quella guerra non è più un evento interno, è qualcosa che colpisce l’umanità intera e potrebbe, quindi, giustificare anche un intervento esterno.

Intanto il Presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni a tutti i criminali, di ogni fazione, autori di crimini di guerra e contro l’umanità, dall’ inizio della guerra in Tigray. Ci sarà inoltre anche una riforma ed un aggiornamento riguardo alla normativa sull’embargo di armi verso l’Eritrea e l’inserimento della stessa norma riguardante l’Etiopia.

Una evidente pressione degli Stati Uniti per il rispetto dei diritti umani, consentire l’ accesso dei convogli umanitari al Tigray e per cercare di far convergere su un tavolo di dialogo tutte le parti in causa incluse le truppe eritree e le milizie Amhara che stanno supportando l’esercito etiope.

Come gli Stati Uniti anche l’Unione Europea chiede fermezza (qui un approfondimento http://www.settimananews.it/informazione-internazionale/unione-europea-sulla-situazione-in-etiopia/ ) nel delinearsi di un quadro internazionale nel quale Il Premier Abiy ha preferito al supporto di Stati Uniti e UE quello di potenze emergenti, poco preoccupate dei diritti umani, come la Turchia, la Russia o la Somalia.

In questo quadro l’Italia non deve restare a guardare, nè limitarsi al solo tentativo di inviare convogli emergenziali. Ne va dell’unità e della stabilità dell’Etiopia, del Corno d’Africa e dell’intera regione.

Occorrono anche gesti politici significativi come, per esempio, sospendere quell’accordo di collaborazione nel settore della difesa da me firmato e reso esecutivo più tardi, quando già si cominciava ad intravedere la strada che stava prendendo il Paese.

Non basta favorire il dialogo, occorre una vera e propria iniziativa – composita – per la pace. Ce lo chiede anche la società etiope presente in Italia e ce lo obbliga la nostra umanità.

Quest’articolo è stato pubblicato su Formiche: https://formiche.net/2021/09/etiopia-guerra-crisi-italia/

Per approfondire

Crisi Internazionali, Geopolitica, IDV, Immigrazione, POLITICA ITALIANA

Immigrazione, nessuno slogan potrà aiutarci ad affrontare la sfida

Qualche giorno fa ho letto un’interessante intervista dell’ammiraglio Fabio Agostini, comandante di Irini, che mi offre uno spunto importante per un commento sulla questione immigratoria.

EUNAVFOR MED Irini e i suoi compiti

Nel corso dell’intervista, di fronte a notizie che riportano maltrattamenti da parte della guardia costiera libica nei confronti dei migranti, l’Ammiraglio, senza commentare il fatto, evidenzia che mai si sono riportati comportamenti del genere quando la formazione della Guardia costiera libica è stata gestita  dall’Italia nell’ambito dell’operazione Sophia e afferma che l’Europa è pronta a riprendere l’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica, nonostante le “influenze politiche in Libia da parte di Paesi esterni all’Ue” siano di ostacolo.

Una frase giustamente diplomatica detta da parte dell’Ammiraglio, che sta svolgendo un compito difficile in un momento delicato per tutto il Mediterraneo, e che ringrazio per la sua professionalità e il suo impegno, che mi piace specificare in maniera un po’ più diretta evidenziando che oggi l’Italia e l’Europa sono state sostituite nell’addestramento della Guardia Costiera libica da parte della Turchia. 

Posso personalmente testimoniare che quando eravamo noi a formarli abbiamo ricevuto il plauso di IOM  (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiti) proprio perché la nostra formazione includeva anche corsi sui diritti umani o sul gender.

Io stessa partecipai alla chiusura del “gender training partecipato” il 30 novembre 2018 (vedi foto e video della giornata).

https://fb.watch/v/6NHiW8aIw/ (Video della giornata)

L’Italia e il Mare Nostrum

Ma veniamo all’oggi e veniamo alla politica che, spesso, irresponsabile, non si rende conto che alcuni errori fatti in politica estera si pagheranno per sempre. 

E’ di pochi giorni fa la notizia che Orfini (PD) abbia espresso contrarietà alla collaborazione con la Guardia costiera con l’accusa di “respingimenti illegali”. Forse Orfini preferisce lavarsi le mani rispetto alla questione migratoria (cosa che mi sembra stia riuscendo benissimo) e lasciare che siano altri a prendersi la responsabilità di quelli che lui chiama respingimenti e, a quel punto, facendo finta di non sapere cosa succede, non sarà più affare nostro. 

Vorrei ricordare:

  • che il MARE NOSTRUM, che sta diventando sempre più “Mare eorum”, dovrebbe essere prima di tutto interesse dell’Italia, penisola completamente circondata da esso;
  • che la difesa dei diritti dei migranti che spesso trovano la morte nel mediterraneo dovrebbe essere prima di tutto un interesse nostro (Sophia se ne occupava veramente e può farlo, attraverso la formazione, anche Irini);
  • che la gestione della crisi migratoria dal nord Africa dovrebbe essere interesse dell’Italia prima che di ogni altro. 

Vorrei ricordare che la Turchia, che ha appena avuto conferma dall’Europa che avrà altri 6 miliardi di Euro per fermare i migranti a est, potrebbe magari in futuro, se resta dov’è (in Libia) gestire qualche altro miliardo e, a quel punto, saremo nelle mani di chi potrà aprire i rubinetti di un’immigrazione che potrebbe sfuggirci di mano.

L’Italia deve decidere di occuparsi del proprio interesse nazionale, alla pace, allo sviluppo, alla sicurezza, prendendo posizione direttamente e coinvolgendo l’Europa, ma senza delegare ad altri. 

La nostra sfida: affrontare la complessità

Chi parla di blocco navale o affondare i barconi parla alla pancia delle persone ma sa che sta proponendo soluzioni eticamente e giuridicamente sbagliate, non utili, non praticabili e non sostenibili.

Allo stesso modo chi pensa di gestire tutto semplicemente, delegando a qualcun altro il nostro lavoro, sta suggerendo una soluzione ipocrita; chi pensa di risolvere il problema come nel passato creando un sistema di accoglienza finta, che foraggia molti amici ma non può essere una soluzione, diventa parte del problema.

Una sfida complessa come quella migratoria, e come quella che oggi viviamo nel Mediterraneo, ha bisogno di soluzioni complesse con le quali “sporcarsi le mani” e prendersi responsabilità. Italia dei Valori è pronta a lavorare insieme a chi vuole rivolvere un problema complesso senza slogan  e solo dopo averlo studiato e compreso e, soprattutto, con bene in mente il nostro interesse nazionale ed europeo che è parte integrante di un più generale interesse alla Pace, alla Stabilità e allo sviluppo globale sostenibile. 

Approfondimento:

Per approfondire i compiti di Eunavformed Irini

Per leggere l’articolo completo di novanewes sull‘intervista con l’Ammiraglio Agostini

Crisi Internazionali, Crisi Israelo Palestinese, Geopolitica

Escalation a Gaza: l’inutile sfogo di una generazione in estinzione

17maggio – In questi giorni una delle maggiori potenze militari della Terra si confronta con un non stato, una striscia di sabbia di 400 km quadrati, dove abitano circa 2 milioni di palestinesi, semplici cittadini, disperati, civili inermi e terroristi. Parliamo di Gaza, diventata ormai una prigione a cielo aperto, da quando, dopo la vittoria di Hamas su Fatah nel 2007, il Security Cabinet Israeliano l’ha dichiarata una entità ostile e ha considerato i suoi abitanti ‘nemici stranieri‘, sottoponendola poi a un rigido embargo. Per comprendere ciò che sta succedendo bisognerebbe ripercorrere la storia convulsa di cento anni (era il 1922) di promesse tradite verso la #Palestina, ma forse avrebbe più senso ricollocare questo secolo nella storia millenaria più convulsa ancora e senza mai Pace della #Terrasanta, e più indietro fino ai fenici e agli assiri.

https://www.remocontro.it/2020/09/06/gaza-prigione-a-cielo-aperto-la-guerra-contro-i-bambini/

Si tratta di una terra di congiunzione fra diverse culture dove non c’è un momento nella storia in cui siano mancati momenti drammatici, che tornano alla mente nei momenti di crisi alimentando l’odio sia tra i Palestinesi sia tra gli Israeliani.

Così è successo anche pochi giorni fa, quando un gruppo israeliano, spinto da motivazioni ideologiche e non certo in buona fede, ha attaccato il quartiere storico di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, per rientrare in possesso di alcune case che erano state occupate dagli ebrei prima del 1948, non riconoscendo il diritto dei Palestinesi che si sono trasferiti lì dopo che erano stati espulsi da Gerusalemme ovest.

I disordini che ne sono nati sono stati gestiti male e poco dalle forze di sicurezza israeliane, e con pochissimo equilibrio.

E non era in buona fede neanche chi fra i terroristi di Hamas e della Jahd palestinese si era dotato in anticipo di migliaia di razzi a Gaza. Probabilmente non era in buona fede neanche chi in Israele si è fatto sfuggire l’entrata di almeno duemila razzi a media/ lunga gittata nel territorio di Gaza, dall’Egitto o dal mare, e poi la loro messa a deposito in una striscia piana di pochi metri quadri. Una strana svista per il Mossad e Tsahal israeliano.

Il risultato è un continuo scambio di fuoco che sta portando la guerra fra il piccolo “non stato” iperarmato e il potente Stato, così incredibilmente sguarnito, entrambi noncuranti degli effetti del loro sparare sulle popolazioni civili proprie e di controparte.

Occorre fermare questa escalation che non porterà a null’altro che a una guerra di distruzione e morte per poi condurre alle stesse discussioni cui si potrebbe giungere subito, senza massacrare innocenti.

Ne ha parlato anche PapaFrancesco che ha fatto un appello, dicendo che la morte dei bambini , terribile e inaccettabile, è segno che non si voglia costruire il futuro, ma lo si voglia distruggere. Dice:

Mi chiedo: l’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro? In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro faccio appello alla calma e, a chi ne ha responsabilità, di far cessare il frastuono delle armi e di percorrere le vie della pace, con l’aiuto della Comunità Internazionale.”

Papa Francesco
https://www.remocontro.it/2020/09/06/gaza-prigione-a-cielo-aperto-la-guerra-contro-i-bambini/

Se si approfondisce l’analisi di ciò che sta succedendo si comprende, però, che la situazione di Israele e Palestina è il culmine del degrado di un processo generazionale. Infatti sia Benjamin Netanyahu “Bibi” in Israele sia Mahmoud “Abu Mazen” Abbas in Palestina, sono gli ultimi esponenti di quella prima generazione testimone della divisione a tavolino del ’48 e delle guerre arabe, la generazione che ha combattuto e poi trattato e che, per lungo tempo, ha pensato di poter vincere cancellando l’avversario, prima di comprendere, con lentezza e contraddizioni, che esiste la possibilità di un compromesso.

Sia Bibi sia Abu Mazen sono spinti dai vecchi istinti e sono concentrati più sulla conquista del territorio che sulla sua buona gestione. Anche se ormai le condizioni sono cambiate, la militarizzazione è rimasta un must per entrambe le fazioni che continuano a ricevere fiumi di finanziamento: Israele da parte dei grandi gruppi finanziari e bancari con riferimento ebraico negli USA e i gruppi palestinesi, per mezzo dei fondi sovrani delle grandi monarchie islamiche, e fra queste, in particolare, i Paesi del Golfo. Proprio questi fiumi di soldi facili sono divenuti il veicolo principale della #corruzione e lo strumento per il #riarmo tecnologico, utile soprattutto alla difesa, per evitare, per quanto possibile, la guerra. Fa parte di queste opzioni anche il sistema antimissile Iron Dome israeliano, ormai vecchio di dieci anni, che intercetta ogni pericolo al cielo di Israele al modico costo di 50.000 dollari a colpo.

Abu Mazen e Netanyahu

Però, proprio questi problemi che permangono da almeno venti anni hanno fatto crescere, all’ombra della #generazioneanziana, una #nuovagenerazione dirigente, che ha raggiunto posizioni importanti e ricchezza, ed è pronta a sostituire la vecchia. Una generazione cresciuta in un Paese a due teste, un Paese in mobilitazione perenne e ossessionato dalla sicurezza, inondato ciascuno per propria parte da fiumi di denaro, e con interessanti potenzialità economiche e finanziarie.

Un Paese però malgovernato, con fortissime differenze economiche fra classi privilegiate urbane e aree agricole isolate. Un Paese in cui le classi sociali sono separate lungo linee etniche religiose, che si traducono in differenze di diritti, anche costituzionali. Divieti di spostamenti, divieti di matrimoni misti, polizia e esercito reclutati su base etnico-religiosa e via dicendo, come solo una occupazione militare può immaginare, ma con dettagli che scadono ormai in un rischio crescente di autentico apartheid nel medesimo Stato e nei medesimi territori.

Gli esponenti della generazione che ha combattuto e giurato distruzioni, difficilmente potranno eliminare i muri, cosa che invece potranno fare quelli della generazione successiva che è cresciuta in un mondo fatto di opportunità. Ecco che, nel giro di qualche settimana, ad esempio, Israele è chiamata a formare un nuovo governo con Lapid e Bennett, aperto per la prima volta ai rappresentanti eletti degli arabi israeliani.

https://www.remocontro.it/2020/09/06/gaza-prigione-a-cielo-aperto-la-guerra-contro-i-bambini/

Ma una rivoluzione non dissimile da quella di Lapid è quella che sta per affrontare l’ANP. Come si sa l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen nel 2006 perse in maniera cruenta il controllo della Striscia di Gaza (i rappresentanti ANP vennero trucidati) ad opera degli estremisti del movimento Hamas, corrispondenti locali della setta egiziana dei Fratelli Mussulmani che, di lì a poco, avrebbe preso il potere nello stesso Egitto. Dopo anni di estremismo e attività para-terroristiche, che li ha portati vicini all’Iran e ai gruppi sciiti libanesi, ultimamente Hamas (o meglio, elementi moderati di Hamas) era riuscito a riavvicinarsi a ANP, a concordare una data comune per le prossime elezioni, ottenere che l’ANP così definita potesse ricevere il riconoscimento di osservatore ONU (anche dall’Italia, e dal Vaticano). Rinviate per il Covid, queste elezioni comuni avrebbero dovuto svolgersi a breve, questo mese, e comunque rinviate dovrebbero cadere prossimamente. Un appuntamento così fondamentale che persino Marwan Barghouti, il leader storico della resistenza palestinese, dal suo carcere di massima sicurezza in Israele, ha fatto sapere di voler partecipare.

Ora al termine di questa descrizione si capirà che in una situazione così complessa, in cui una generazione politica comprende al di là di ogni dubbio di trovarsi a gestire gli ultimi mesi del proprio potere, la caduta accidentale di un fiammifero capace di causare un grande incendio, sia quasi un rischio inevitabile ma sia anche l’inutile sfogo di una generazione in estinzione.

Elisabetta Trenta

Nurlight Blog

Covid 19, Geopolitica, Strategia Vaccinale

Occorre raggiungere al più presto una copertura globale delle vaccinazioni anti-covid

L’annuncio di Biden sulla sospensione delle licenze dei vaccini, spaventa Big Pharma ma è una buona notizia

Siamo in una fase cruciale dell’evoluzione dell’epidemia, in cui per la prima volta davvero la coincidenza dei piani vaccinali dei Paesi dell’Occidente avanzato e l’arrivo della stagione calda nel nostro emisfero sta rallentando la diffusione del virus, ma tutto questo rischia in ogni momento di essere ribaltato dal mancato presidio di profilassi e terapia nei Paesi meno avanzati, dove ancora il virus divampa e produce varianti.

12 Maggio 2021 – Oggi in India si sono registrati circa 348.421 nuovi casi di Covid-19 e 4.205 decessi e, con un totale di 23 milioni di casi e 250 mila morti, è il secondo paese per numero di contagi e decessi dopo gli Stati Uniti. https://www.ilpost.it/2021/05/12/india-coronavirus-morti-stati-sud-est-variante/

Le pire per bruciare i cadaveri nelle strade e un centinaio di corpi galleggianti sul Gange https://www.corriere.it/esteri/21_maggio_10/choc-india-cadaveri-gange-e94c7c0a-b1a4-11eb-97b4-aa5e7b1c1388.shtml sono l’effetto della variante B.1.617 che ha messo in ginocchio l’India e di cui è stata provata l’esistenza in 44 paesi in tutte e sei le regioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). 

Eppure l’India produce 1,5 miliardi di dosi ogni anno (il 60% dei vaccini a livello mondiale) destinate a oltre 150 Paesi. Producono anche Astrazeneca e  il Covaxin, sviluppato dall’impresa indiana Bharat Biotech. 

Siamo, intanto, in una fase cruciale dell’evoluzione dell’epidemia, in cui per la prima volta davvero la coincidenza dei piani vaccinali dei Paesi dell’Occidente avanzato e l’arrivo della stagione calda nel nostro emisfero sta rallentando la diffusione del virus, ma tutto questo rischia in ogni momento di essere ribaltato dal mancato presidio di profilassi e terapia nei Paesi meno avanzati, dove ancora il virus divampa e produce varianti.

Ciò che sta avvenendo in India potrebbe succedere in tanti altri paesi dove i vaccini non arrivano e questo potrebbe compromettere la capacità globale di uscire dalla pandemia. 

Per questo motivo, quando qualche giorno fa la portavoce di Biden ha annunciato che il Presidente è favorevole a sospendere le protezioni dei brevetti per i vaccini contro il Covid-19 e si impegnerà in questo senso nei negoziati in corso al WTO con l’obiettivo di giungere al più presto a una copertura il più possibile globale delle vaccinazioni – comprensiva dei Paesi emergenti e in via di Sviluppo, in molti hanno esultato.  

Al di là dell’impatto politico e mediatico che ha riscosso giustamente una affermazione così dura pronunciata da un pulpito così prestigioso e insolito come la Casa Bianca, impatto che forse era il primo scopo della dichiarazione di Biden nei confronti di Big Pharma, forse è tempo per qualche riflessione sul merito della questione.

Innanzitutto, il primo collo di bottiglia delle attuali lentezze nelle vaccinazioni e dei ritardi di distribuzione verso i Paesi poveri, non è proprio la questione dei diritti di licenza ma il fatto che sussistono soprattutto limitazioni di esportazione imposte dagli Stati, e fra questi i primi sono proprio gli USA (e secondo UK). 

Solo rimuovendo questo blocco la questione può essere velocizzata e l’ha ben evidenziato l’Unione Europea in occasione della conferenza europea di Porto, quando Angela Merkel si era opposta con forza a ogni attentato alla proprietà intellettuale delle Società Farmaceutiche.
Certo esiste una clausola per tutte le Società che brevettano vaccini di emergenza, in questa fase, a consentire la produzione su licenza incondizionatamente a qualunque Stato si dichiari nella disponibilità delle strutture e dei mezzi, con il supporto tecnico di avvio della Casa farmaceutica originaria. Una clausola, per quel che si sa, finora rispettata ma che non risolve questioni di penuria in questi mesi di partenza, e non appare alla portata della generalità dei Paesi poveri, dato che la messa in servizio di una struttura produttiva per un vaccino Covid può richiedere 4 o anche 8 mesi, e presuppone l’esistenza di uno stabilimento farmaceutico di base che non è esattamente alla portata di qualunque Paese della Terra e, per ora, prevede per alcuni vaccini il mantenimento della catena del freddo.

Le potenze industriali emergenti  medio/grandi, come l’India, il Brasile, il Sud Africa o la Turchia, o Russia e Cina, potrebbero nell’arco di pochi mesi, al più entro l’anno, implementare linee di produzione per i vaccini più riusciti, l’India già ora produce frazioni enormi del fabbisogno di vaccino a bassa tecnologia, paradossalmente senza trattenerlo per la propria catastrofe seguendo logiche di puro liberismo.

E quindi è probabile che esistano anche altre poste in gioco di questa complessa partita: se gli USA stanno ancora bloccando le esportazioni di vaccini, e preferiscono ammonire Big Pharma a non fare scherzi prima di rilassare questa normativa, è perché il costo di mercato dei vaccini è già molto turbato, e la sua liberalizzazione con l’apertura dei rubinetti americani potrebbe impazzire, a meno che le grandi centrali farmaceutiche non si autoregolino almeno un po’.

Di fatto, misure come le drastiche sospensioni d’autorità delle licenze dovrebbero dunque intervenire in rincalzo e sanzione solo una volta accertata l’inadempienza della clausola di collaborazione da parte di una o tutte le società coinvolte, e appaiono più una minaccia che una strada di percorribilità legale.

Se gli USA sono poi così interessati a un flusso direzionale dei vaccini, se la UE ha già aperto la sua produzione fino a far fluire all’esterno addirittura il 50% dei vaccini di propria produzione verso le aree extraeuropee di primo interesse è perché nella primissima fase di epidemia si era assistito a un tentativo (fallito, ma riproveranno in autunno) di colonizzazione vaccinale da parte prima della Cina, con Sinovac, e poi da parte della Russia, con la svendita delle licenze produttive del propagandatissimo SputnikV, proposte ovunque come la panacea a ogni malanno.

Insomma, se abbiamo accusato sia Russia che Cina di utilizzare il vaccino per esercitare il soft power sul resto del mondo, anche l’iniziativa di Biden è indicativa di un uso “geopolitico” del vaccino, come strumento per mantenere il proprio supporto all’India, potenza importantissima per uno degli obiettivi principali degli USA: arginare la Cina. 

D’altra parte, a Marzo gli Stati Uniti avevano già dichiarato di voler donare 4mln di dosi di AstraZeneca a Canada e Messico, loro vicini, e si dichiarano ora pronti ad inviarne ad altri paesi circa 60 mln di dosi di Astrazeneca che non possono usare in quanto non autorizzato.  

 
Dunque grande è l’attenzione occidentale a far sì che, entro la fine dell’anno, sia larghissima ovunque la produzione dei vaccini propri, quelli a vettore RNA a basso impatto collaterale, quelli già sul campo, qualcuno ancora di formulazione USA e UE in gestazione, e dei vaccini monodose, quello esistente e forse qualche altro. 

Non si esclude che proprio su questi due settori anche Russia e Cina si preparino quindi a dare battaglia con prodotti concorrenti, evidentemente cercando di competere sulle possibili voci: costo, efficacia, disponibilità, metodi di conservazione, o cercando banalmente di conquistare mercati e aree di produzione.

Lo scopo principale di Biden potrebbe essere stato inoltre ottenere una compressione del prezzo, e disponibilità di lotti di produzione, specie nell’offerta del vaccino ai Paesi più poveri. E’ probabile che Big Pharma abbia già recepito il messaggio.

Quali che siano le ragioni dietro l’annuncio di Biden, credo che dobbiamo solo rallegrarcene perchè non sappiamo esattamente come andranno le cose in Africa, ma abbiamo degli indicatori preoccupanti.

Per raggiungere l’obiettivo di vaccinare almeno il 60% della popolazione (circa 780 milioni di africani) l’Africa avrà bisogno di circa 1,5 miliardi di dosi di vaccino ma ad oggi, non sembra essere pronta a somministrarle. Infatti, al 6 maggio, il continente africano aveva ricevuto oltre 36 milioni di dosi di vaccino COVID-19, ma ne ha somministrate solo 15 milioni. 

La nuova variante del virus, 501.V2, rilevata in Africa è più contagiosa di quelle finora note ed è diventata dominante in molte aere.

Se a queste informazioni aggiungiamo anche quella che all’11 maggio, sono state somministrate 1.297.498.534 dosi di vaccino anti-COVID-19 a livello globale e le persone vaccinate con la seconda dose sono 314.488.310, ed equivalgono al 4,03% della popolazione, comprendiamo bene che siamo ben lontani da quel livello di vaccinazione che può tenere lontane le varianti e da quella immunità di gregge “globale” che ci consentirà di tornare sereni.