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Le parole che servivano. E che oggi sento anche mie.

Il discorso di Mattarella al Bundestag del 16 novembre 2025

Ho letto con attenzione il discorso del Presidente Sergio Mattarella al Bundestag.
Mi ha colpita profondamente, perché in un tempo in cui tanti gridano, lui ha scelto la strada più difficile: dire la verità con fermezza, senza aggressività.

Quando ricorda che oggi oltre il 90% delle vittime delle guerre sono civili, non sta facendo un’analisi: sta descrivendo un dolore che vediamo ogni giorno. Kiev, Gaza… e tutte le guerre dimenticate.
È il volto dei bambini, delle madri, degli anziani.
È il motivo per cui non possiamo abituarci all’idea che la guerra sia una soluzione.

E quando dice che la guerra di aggressione è un crimine, lo fa mentre nel mondo riaffiorano nostalgie per la forza bruta, per chi pensa che si possa “amare la bomba”.
Non si può.
Non si deve.

Mi ha colpito anche il passaggio più difficile: quello in cui riconosce la corresponsabilità italiana nella tragedia della Seconda guerra mondiale.
Non è facile dirlo. Ma è un gesto di maturità, di verità, di memoria condivisa con la Germania.
Solo chi conosce fino in fondo le proprie ombre può davvero scegliere la luce.

E poi l’Europa.
Mattarella lo ha detto chiaramente: Italia e Germania sono diventate grandi perché hanno scelto l’unità europea.
Non c’è nessun bisogno di chi vorrebbe riportarci indietro, né di ricette sovraniste travestite da soluzioni facili.
L’Europa non è perfetta, ma è la nostra casa.
È il luogo dove si costruisce la pace.

Io ci credo profondamente: la pace non accade da sola. La si costruisce, ogni giorno, con responsabilità, istituzioni forti, dialogo e coraggio.

E queste parole, oggi, mi ricordano perché continuo a impegnarmi.
Perché la democrazia è fragile.
E perché la pace è un dovere, prima ancora che un sogno.

Elisabetta Trenta

donne, Mafia, POLITICA ITALIANA, Uncategorized

L’Importanza della Donna nella Politica Contemporanea

𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨
Isola Capo Rizzuto – 25/10/2025

Discorso di Elisabetta Trenta al Convegno “𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨” svoltosi a Isola Capo Rizzuto sabato 25 ottobre 2025, organizzato dalla Fondazione Forum della Dottrina Sociale della Chiesa e moderato dal giornalista Francesco Verderame. COn la partecipazione di Monsignor Fusco, del senatore Luigi Vitali, del professor Mauro Alvisi e del presidente di Libertà è Democrazia, Arch. Affatato.

La CURA, il filo rosso tra donne e politica

Parlare di donna e politica, oggi, significa parlare di futuro e libertà.
C’è un filo rosso che lega queste due parole: la cura.

𝐋𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚: 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞, 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞.

E le donne, quando entrano davvero nella politica, portano con sé la capacità di 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐮𝐜𝐢𝐫𝐞 ciò che è stato lacerato.

Politica nuova è metodi diversi

Una 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 non è fatta di volti nuovi, ma di 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢.
Non nasce dalla forza, ma dalla 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
Non dal comando, ma dal 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨.
Non dal calcolo, ma dal senso di 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀.
Le donne non devono entrare nella politica degli uomini: devono cambiare il modo di farla.
Perché la loro presenza non è questione di quote, ma di qualità.
Le donne non fanno la politica del consenso, fanno la politica del senso, del significato, non del vantaggio.

Politica nuova e democrazia

U𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚.
Viviamo un tempo in cui lo spazio democratico si restringe: il Parlamento conta sempre meno, il potere si accentra, e il dissenso viene percepito come un ostacolo.
Tutto questo accade in nome dell’efficienza e della velocità.
Eppure la democrazia non è efficiente: è lenta, faticosa, difficile, ma è proprio questa fatica a renderla umana.
Difendere la democrazia significa avere coscienza del potere e sapere che ogni decisione presa in fretta o ogni regola piegata è una ferita alla libertà.
E qui 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚: 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.

Contro le mafie del territorio

Il titolo dell’evento aggiungeva un’altra parola chiave: “𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨”.
Perché le mafie non sono solo organizzazioni criminali: sono una mentalità, la cultura della convenienza, dell’omertà, del “così fan tutti”.
Le mafie si annidano nelle coscienze, e per sconfiggerle serve un risveglio civile.
E chi può generarlo, se non le donne?
Le donne che insegnano, amministrano, crescono figli, presidiano le comunità.
𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐨 𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞.
Una politica nuova è quella che non promette ma costruisce, che non si lascia intimidire dai poteri locali ma li sfida con la forza della trasparenza.

𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞: 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢,
𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞.

Serve una politica che non divida ma unisca, che non gridi ma spieghi, che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza. Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore. Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚. E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro. Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano. Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.

La politica esigente

Ecco perché la politica delle donne non è “più gentile”: è più esigente.
Perché chiede 𝐜𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀.
La politica deve tornare ad avere 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Deve saper guardare avanti, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨.
E ancora una volta le donne hanno questo sguardo naturale verso il futuro: costruiscono ogni giorno, con pazienza e responsabilità.

La politica bella

Serve una politica che non divida ma unisca,
che non gridi ma spieghi,
che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza.
Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.

Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.

E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.

Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.

Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.

PS: So bene che ogni generalizzazione è una semplificazione e che il mondo è pieno di donne che imitano gli uomini ed adottano stili di leadership prettamente maschili. Queste riflessioni vogliono essere un invito a non farlo, proprio per non perdere quella ricchezza che ci contraddistingue.

Flottilla Gaza corridoio umanitario
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Flottilla Gaza: coraggio, rischi e la via umanitaria

Di Elisabetta Trenta

Il coraggio e gli ideali della Flottilla

La partenza della Global Sumud Flotilla ha portato con sé un carico di ideali e di coraggio che non può essere sottovalutato. Donne e uomini che rischiano la vita per attirare l’attenzione sulla tragedia del popolo palestinese hanno dimostrato che si può ancora credere in cause giuste, in valori alti, in ideali che meritano rispetto.

Il confine tra idealismo e responsabilità

Ma proprio perché la causa è nobile e umanitaria, non dovrebbe mai essere confusa con la propaganda politica anche se non c’è niente di più politico, nel senso alto del termine, che ergersi in difesa del diritto umanitario e contro il massacro di civili indifesi. La sofferenza del popolo palestinese non ha bisogno di bandiere di parte, ma di un sostegno concreto, legittimo e trasparente. Se lo scopo è umanitario, allora è controproducente compiere gesti che possano mettere in pericolo il raggiungimento di quell’obiettivo.

Il blocco navale e il diritto internazionale

Non condivido la scelta di forzare un blocco navale. Un blocco, pur discutibile, ha regole precise: navi della Marina italiana o di altri Stati non potrebbero scortare la flottiglia senza rischiare di trasformare un’azione simbolica in un atto di guerra. Lo affermo da ex Ministro della difesa: nessun vantaggio verrebbe al popolo palestinese dalla morte degli attivisti, e a un certo punto diventa necessario fare scelte intelligenti, non solo coraggiose.

Fonte immagine: Italianews

Dal blocco illegale ai rischi internazionali

Non ha senso mettere a rischio la propria vita, soprattutto se si riesce comunque a far arrivare gli aiuti. Un obiettivo fondamentale è già stato raggiunto: quello di attirare l’attenzione del mondo sulla vergogna di ciò che sta accadendo a Gaza e sulla necessità di non voltarsi dall’altra parte.

Ma occorre ragionare anche su un’altra realtà: persino se si arrivasse su quelle spiagge — che non dispongono di un porto — senza un sistema organizzato di distribuzione degli aiuti sarebbe difficile persino consegnarli. Si otterrebbe, al massimo, un piccolo risultato temporaneo, ma non una soluzione duratura.

Il rischio che la situazione degeneri è altissimo. Israele non dovrebbe usare la forza contro la Flottilla, ma sappiamo tutti, purtroppo, che è assai probabile che non si facciano scrupoli a farlo. Hanno già dimostrato di essere pronti ad attaccare anche Stati sovrani sul loro territorio, in barba a qualsiasi norma di diritto.

Ecco perché penso che il Ministro Crosetto e la Marina stiano facendo bene a consigliare agli uomini e alle donne della Flottilla di fermarsi. Non per vigliaccheria, non per mancanza di coraggio o per paura, ma perché sarebbe inutile. A protagonisti scambiati, potrebbe sembrare la storia di Davide e Golia, una storia di fede e di coraggio che mostra come anche i più deboli possano vincere contro un gigante armato se hanno fede in Dio. Ma qui temo che la fede non basti.

La sofferenza che non possiamo ignorare

Al tempo stesso, non possiamo rimanere indifferenti. Il massacro indiscriminato di civili palestinesi, i bambini uccisi da fame e bombe, le violenze crescenti in Cisgiordania, la sorte degli ostaggi israeliani che non vengono liberati: tutto questo è una ferita aperta alla coscienza dell’umanità. Non basta indignarsi, bisogna denunciarlo con forza, pretendere risposte, mobilitare energie.

La Flottilla, in questo, ha già dato un esempio prezioso: ha richiamato l’attenzione del mondo e questo è un grande risultato. Ma agli obiettivi si deve arrivare con strategia.

La via della negoziazione e degli aiuti umanitari

In queste ore ho ascoltato le parole di Trump su quella che ha chiamato la “pace eterna” che starebbe preparando in Medio Oriente. Confesso tutte le mie riserve: la pace non si costruisce con slogan o con giochi di potere. Eppure, se anche un piccolo spiraglio si apre, abbiamo il dovere di non chiuderlo con azioni che rischino di degenerare in tragedia.

Per questo il mio appello va a chi oggi si trova sulle navi della Flottilla: avete già dimostrato coraggio e idealismo, avete acceso i riflettori del mondo su Gaza. Non spegnete quella luce con un gesto che potrebbe trasformarsi in una disgrazia. La vostra forza sta nel vivere e continuare a testimoniare, non nel sacrificare la vostra vita.

Il ruolo della comunità internazionale e della Chiesa

Se davvero lo scopo è portare aiuti umanitari, allora la strada è quella della negoziazione. Con il sostegno della comunità internazionale e il coinvolgimento della Chiesa, si può e si deve lavorare per un corridoio permanente per gli aiuti.

Questo significherebbe vincere: ottenere il risultato, salvare vite, aprire un varco alla speranza.

I martiri non servono. Servono intelligenza, fermezza e la capacità di trasformare il coraggio in risultati concreti. Questa deve essere la nostra comune battaglia.

Arrendersi alla forza?

E allora, direte voi, dobbiamo arrenderci alle nuove leggi delle relazioni internazionali, basate su forza, guerra e muscoli?
No, non significa arrendersi. Significa invece avere la lucidità di distinguere tra gesti simbolici che rischiano di produrre nuove tragedie e un’azione politica che, con il sostegno di istituzioni e comunità internazionale, può davvero aprire spazi di negoziato e costruire corridoi umanitari permanenti.

Elisabetta Trenta – già Ministro della Difesa, Direttrice dell’Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale dell’Università Pegaso.

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Deterrenza o Escalation, qual è il limite?

Nella guerra tra Russia e Ucraina sembra che il punto di non ritorno sia stato superato

Deterrenza ed escalation

Deterrenza ed Escalation, qual è il limite tra l’una e l’altra? Difficile dirlo, difficile prevedere il momento in cui un conflitto possa passare da convenzionale a strategico. Ma una cosa è certa, i toni delle minacce nella guerra Russia Ucraina stanno crescendo, pericolosamente, ogni giorno di più e il mondo si sta mettendo su una via senza ritorno.

Da: https://eugensystems.com/wargame-european-escalation/

Da qualche settimana le forze ucraine riguadagnano territori. Hanno riconquistato Lyman, nel Donetsk, una delle regioni annesse da Putin, procedendo verso est e verso sud (Kherson). I russi rispondono con missili e droni esplosivi.

Tutti felici per questo? Certo, siamo soddisfatti del fatto che l’Ucraina riesca a reagire e a difendere i propri territori, ne ha diritto, ma, attenzione, mettere all’angolo Putin significa avvicinarsi sempre più alla possibilità che decida di utilizzare l’arma nucleare.

Anche un attacco diretto dall’Ucraina verso la Russia potrebbe causare escalation. E se quello del 14 ottobre a Belgorod – territorio russo sul confine ucraino – è stato definito un attentato terroristico fatto da due cittadini della ex Unione Sovietica, difficilmente potrebbe non essere definito come un attacco alla Russia quello che fosse svolto con le armi a lunga gittata, che USA e alcuni paesi europei vogliono ancora inviare all’Ucraina.

Qualcuno dice che evidenziare il pericolo nucleare significhi cadere nel gioco di Putin, qualcun altro sostiene che Putin in nessun caso si fermerà e che il suo obiettivo sia rilanciare un nuovo sogno imperiale. Dicono che voglia scrivere il proprio nome nella storia e che voglia la terza guerra mondiale.

Vero o no che sia,

Di fronte a pericoli così grandi, anche se poco probabili, è necessario che le nazioni occidentali facciano una sola cosa: favorire la riapertura di dialogo e trattative tra Russia e Ucraina.

L’escalation verbale

Lo ha detto anche il direttore della CIA Bill Burns. “Putin adesso si sente con le spalle al muro e può essere piuttosto pericoloso e sconsiderato”.

E’ ora di capire che non esiste una possibilità di vittoria militare di questa guerra.

Occorre ricercare la pace. E’ già troppo tardi forse, ma bisogna farlo. Ma torniamo ai fatti.

In seguito alla riconquista di Lyman, il leader ceceno Ramzan Kadirov, ha inviato un messaggio su telegram invitando Mosca a prendere in considerazione l’utilizzo di armi nucleari a bassa intensità per evitare sconfitte future. Non è stato il solo a parlare di arma nucleare, lo hanno fatto anche Dmitry Medvedev, ex presidente, e lo stesso Putin che ha dichiarato che non stava bluffando quando ha detto di essere disponibile ad usare tutti i mezzi disponibili per difendere l’integrità territoriale della Russia, incluse le nuove regioni.

Putin e Medvided (da: https://jyllands-posten.dk/international/article4284251.ece)

D’altra parte, lo aveva affermato già all’inizio del conflitto “Chiunque cerchi di ostacolarci o di creare minacce per il nostro paese e il suo popolo, deve sapere che la risposta russa sarà immediata e porterà a conseguenze che non avete mai visto nella storia”.

Zelensky, da parte sua, ha minacciato il popolo russo che moriranno tutti se non lasceranno Putin, mentre in una intervista Stoltenberg, Segretario Generale della Nato, ha dichiarato che “Qualsiasi uso di armi nucleari comporterà conseguenze serie per la Russia“, e che  “qualsiasi attacco deliberato contro infrastrutture critiche della Nato riceverà una risposta ferma e compatta”.

Zelensky e Stoltemberg (da : https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/stoltenberg-zelensky-crimea-negoziati-nato-guerra-ucraina-russia-hjrgf2wx)

Infine, il Parlamento Europeo, in una relazione sull’escalation russa in Ucraina, ha chiesto di preparare una risposta rapida in caso di attacco nucleare russo e, ciliegina sulla torta, il Presidente Biden ha dichiarato che Putin non scherza quando parla di uso potenziale dell’arma nucleare tattica, o di quella biologica o chimica, considerato il basso livello del suo esercito.

La dottrina nucleare di Putin

D’altra parte basta leggere la dottrina nucleare di Putin (Decreto 355 del 2 giugno 2020 “fondamenti della politica statale della Federazione russa nell’area della deterrenza nucleare”) per capire che esiste una regola per il “launch on warning” per la quale Mosca può lanciare un ordigno atomico al solo sospetto di un attacco nucleare, anche in assenza di una conferma.

Gli altri casi di utilizzo sono: l’uso di armi nucleari o altre armi di distruzione di massa da parte di un avversario contro il territorio russo e/o i suoi alleati; azioni intraprese contro il governo russo o le installazioni militari che possano interrompere le capacità di ritorsione militare del paese (includono quindi anche un attacco cyber) o un’aggressione con armi convenzionali che minacci però l’esistenza stessa dello Stato.

Immagine tratta da: https://ilmanifesto.it/la-deterrenza-nucleare-un-genocidio-programmato-da-disinnescare

Il decreto 355 chiarisce anche che la politica nucleare russa è di natura difensiva.

Le forze nucleari servono cioè solo in casi di necessità estrema ad esercitare la deterrenza, per scoraggiare un eventuale attacco nemico contro la Federazione Russa e i suoi alleati, per garantire la sovranità e l’integrità territoriale dello Stato, per prevenire una possibile escalation di azioni militari e/o a far cessare un eventuale conflitto ottenendo condizioni accettabili per la Russia.

Questo ultimo obiettivo soprattutto, richiama la responsabilità di ognuno dei membri dei Governi e delle assemblee parlamentari dei paesi che oggi stanno continuando a votare per inviare le armi all’Ucraina piuttosto che varare vere iniziative per la pace.

Le prospettive di pace assenti

Non si vedono al momento prospettive di pace e mentre in Russia c’è la mobilitazione parziale di 300.000 riservisti, il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina il 30 settembre ha approvato un decreto, ratificato poi da Zelensky, in cui si afferma che è impossibile negoziare con Putin ed occorre rafforzare la capacità di difesa dell’Ucraina mentre il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha affermato che “raggiungere la pace in Ucraina è impossibile senza soddisfare le richieste della Russia”.

Quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio scontro psicologico che si svolge parallelamente allo scontro militare, in cui le volontà dei diversi attori in gioco (gli stati), attraverso la la minaccia nucleare, cercano di convincere l’altra parte che è inutile andare avanti con il conflitto.

Si utilizza cioè la deterrenza nucleare.

Rispetto agli anni della guerra “fredda”, nella guerra “calda” Russia-Ucraina la potenza atomica è solo una, la Russia, mentre l’Ucraina fa affidamento su un’organizzazione nella quale è tornata a chiedere di entrare con procedura accelerata, la Nato, e sulle potenze nucleari che ne sostengono lo sforzo bellico dall’inizio del conflitto.

Siamo tornati nell’epoca del rischio nucleare o non ne siamo mai usciti? La verità è che le armi nucleari sono sempre state lì, anche negli anni che hanno seguito la fine dell’ex Unione Sovietica, ma nessuno in questi anni ha utilizzato la minaccia del loro uso potenziale per piegare la volontà dell’avversario.

Quanto siamo in pericolo? Le minacce sono vere o soltanto uno strumento psicologico?

Dobbiamo andare a ripescare i principi della strategia nucleare.

Di fronte al pericolo che uno stato usi l’arma nucleare si possono fare quattro cose: distruggere preventivamente la capacità dell’avversario, intercettare le armi atomiche, proteggerci fisicamente dagli effetti delle esplosioni o minacciare la rappresaglia.

La prima azione al momento non è considerabile, la seconda siamo obbligati a considerarla ma potremmo avere due elementi di debolezza tecnologici, il primo è che la Russia potrebbe usare dei missili ipersonici (che noi non abbiamo) impossibili da fermare; il secondo  è che attraverso un attacco cyber a noi non evidenziatosi, il nemico potrebbe essersi impossessato di informazioni strategiche per la difesa europea.

Anche la terza azione possibile, quella di proteggerci dagli effetti delle esplosioni, è impossibile da realizzare per tutta la popolazione considerato l’alto numero di bunker di cui ci sarebbe bisogno.  Però, un Paese che si preoccupi dei suoi cittadini dovrebbe attrezzarsi per proteggerli e dovrebbe quanto meno pianificare anche per il peggio (mentre, intanto, dovrebbe fare in modo che il peggio non arrivi).

Il Bunker antiatomico del Governo Italiano, Monte Soratte. Leggete la storia qui: https://www.startmag.it/mondo/quando-mussolini-saragat-moro-e-andreotti-giocavano-alla-guerra-nucleare-globale/

Ci resta l’ultima opzione, minacciare la rappresaglia, ed è quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. L’obiettivo è quello di ricordare a Putin (perché già lo sa) che se lancia il primo colpo, è la fine anche per lui.

Durante la guerra fredda nella Nato vigeva il principio della escalation deliberata, che sarebbe dovuta iniziare con un uso limitato di un arma nucleare tattica, come modo per fermare l’invasione russa. Questo era motivato dal fatto che l’occidente riteneva che le sue forze convenzionali fossero inferiori a quelle del Patto di Varsavia. Finita l’Unione Sovietica, però, ora era la Russia che sapeva di essere tecnologicamente inferiore e dovette cambiare strategia. La dottrina attribuita alla Russia, “escalate to de-escalate”, corrisponde a quella della Nato durante la guerra fredda.

Il significato di “escalate to de-escalate”, frase che non esiste citata effettivamente con queste parole nella dottrina russa, è che sia possibile avviare attacchi nucleari limitati in un conflitto locale/ regionale, fondati sulla convinzione che una tale escalation, da convenzionale a conflitto nucleare, potrebbe sconcertare l’avversario e convincerlo alla pace.

Altri, infine, sostengono che la tecnica russa sia quella dell’escalation control il cui fine è quello di mantenere l’escalation sempre al suo livello minimo accettabile. Effettivamente la guerra in Ucraina sembrerebbe confermare questa tendenza della Russia ad usare gli strumenti che le consentono di tenere le redini del conflitto per poter controllarne la soglia oltre la quale sarebbe incontrollabile. Ma chi sa dire esattamente quando le “redini” possano sfuggire?

Nella consapevolezza che la Russia voglia impaurire e spaccare il fronte nemico, chi può affermare al 100% che Putin non deciderà di andare oltre?

“E allora? che facciamo? Cediamo di fronte alle minacce?” NO, certo. Ma a questo punto si può rispondere: “e allora, se succede quello che non doveva succedere, che facciamo?”

Arrivare a un cessate il fuoco per poi arrivare alla pace

C’è una sola strada ed è quella di arrivare subito a una tregua einiziare un percorso di pace.

Non è vero che sia necessario per forza cedere a Putin.

Ci si può fermare, creare aree cuscinetto, affidare l’area contesa alle Nazioni Unite o a una missione di pace europea, fare, come ha proposto Elon Musk, un referendum vero (non la farsa russa) affidato all’ONU, tornare a ragionare sugli accordi di Minsk per renderli, questa volta, veramente effettivi, trovare degli assetti costituzionali che tutelino e garantiscano i diritti delle minoranze che convivono nella stessa nazione.

Sono tante le possibilità per far ripartire il dialogo.

Non è tutto perso e le trattative non devono significare sconfitta totale per l’Ucraina o per la Russia.

La pace, invece, è la vittoria di tutti.

Il ruolo europeo per la pace

Basta con la retorica e la narrativa per cui chi chiede pace è qualcuno che vuole far vincere la Russia.

Non va neanche specificato da che parte sia la colpa: è chiaro a tutti. Ma la PACE ha un valore a prescindere e che sia l’Europa la protagonista di questo momento, quell’Europa, non unita veramente, che sta rischiando di morire sotto il peso della proprie decisioni “unitarie” e che ha lasciato alla Turchia, nazione non certo “democratica”, il ruolo di promuovere la pace, mentre intanto continua ad espandere la sua influenza e riceve la proposta dalla Russia per diventare un hub del gas.

Serviva l’Ucraina per accorgersi che l’Europa è un progetto ancora non ultimato? Bene, raccogliamo le sfide: le crisi pandemica e la guerra ci hanno dimostrata che solo una dimensione europea forte ci consente di vincere le sfide globali.

Occorre andare con convinzione verso un’unione energetica europea, occorre far partire una politica vera di difesa europea, occorre, soprattutto, una vera politica estera europea, altrimenti a quale testa metteremo in mano la difesa e la tutela degli interessi europei?

Occorre riprendere in mano il sogno degli Stati Uniti d’Europa.

Genova, 26 febbraio 2022. Manifestazione per la pace in Ucraina
Autore: Lilia Alpa
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https://www.peacelink.it/europace/a/49048.html

Andiamo avanti. Quando tutto sembra perduto, quando lungo la strada si offusca l’orizzonte e ci si allontana dal percorso tracciato, bisogna fermarsi, rileggere i valori fondanti di questo percorso unitario e ripartire quindi dalle proprie radici.

L’Europa Unita a questo punto sembra essere l’unico fattore di stabilizzazione internazionale possibile. L’unico faro che possa condurre ad un nuovo ordine mondiale basato su democrazia, confronto e pace. Riprendiamo in mano il sogno!

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.”

Dichiarazione Schuman maggio 1950