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Il Coronavirus e le decisioni difficili

L’importanza di rallentare la crisi tutelando tutti gli elementi di resilienza, tra questi, in particolare, la Difesa.

Sono pienamente d’accordo con la decisione presa dal Governo e appena illustrata dal Presidente del Consiglio Conte che ha detto, tra l’altro, “Italia tutta in zona protetta: non ci saranno più singole zone rosse, ma per tutti gli spostamenti saranno possibili solo per necessità, per lavoro o per motivi sanitari. E, poi, divieto di aggregazione. Sono norme più stringenti per tutelare la salute di tutti i cittadini».

Una decisione difficile e da prendere nel momento opportuno come sono tutte le decisioni che possono portare alla soluzione della crisi.  La parola crisi (κρισις  in Greco) viene dal verbo κρινω che significa separare, dividere, scegliere, giudicare e decidere.

Questa parola è stata sempre usata in ambiente economico, medico, legale, politico o militare, per indicare il momento delle alternative decisive: vita o morte, giusto o sbagliato, vittoria o sconfitta, salvezza o dannazione.

In tutti gli ambiti quindi la parola crisi è sempre un punto di decisione e un punto di svolta, un bivio. Però la decisione deve avvenire velocemente, non può tardare e non è possibile evitare la decisione, nonostante il rischio sempre connesso ad essa.

E’ difficile cambiare le nostre abitudini e sarebbe stato meglio se immediatamente, senza bisogno di questo nuovo Decreto,  tutti i cittadini italiani avessero assunto i comportamenti di chi era in zona rossa. Così non è stato e, allora, benvenga questa decisione che, sono sicura, ci permetterà di rendere gli effetti del virus sostenibili per il nostro sistema sanitario e sociale.

militcorLa crisi però non è finita e anche un altro elemento di resilienza del Paese, la Difesa, deve essere tutelato: abbiamo bisogno di tutto il personale delle forze armate in efficienza e pronto. E – questo mi preoccupa un po’ – ancora non vedo prese di posizione ufficiali della Difesa che concedano ai militari e ai civili il telelavoro. Infatti, nonostante il Capo di Gabinetto della Difesa abbia richiamato la possibilità del “lavoro agile”, a oggi le indicazioni non sono ancora omogenee.

Io penso che sia necessario che solo la percentuale indispensabile del personale militare e civile attualmente non operativo, resti in ufficio o in caserma e che gli altri siano tenuti “in servizio” a casa reperibili, con l’obbligo di stare in autoisolamento per preservare la loro capacità operativa.

Abbiamo bisogno di loro e non possiamo non creare una o due riserve di militari che saranno in grado di accompagnare l’attuazione di questo Decreto e di quelli che verranno.

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L’uccisione di Qassem Suleimani e i confini tra pace e guerra

Quanto siamo preoccupati per quello che sta accadendo in Iran? Molto; e ne ho avuto la certezza quando mio nipote, adolescente, dopo aver letto l’articolo al link sotto riportato, mi ha chiesto di spiegargli il contenuto. Ho cercato le parole più semplici e ho pensato di riportarle qui, perché così, magari, possono essere comprese da tutti anche da chi non si è mai occupato di relazioni internazionali. Ho scritto: “caro S., sarebbe esagerato dire che scoppierà la terza guerra mondiale, ma certo dopo l’uccisione del Generale iraniano Souleimani, ci saranno ripercussioni in Medio Oriente e, quindi, in qualche misura alcune aree, tra cui l’Europa, potrebbero essere interessate da forme di instabilità (politica, sociale ed economica); il mondo, per certi versi, potrebbe diventare meno sicuro di come lo conosciamo noi. Però, S., rileggi le ultime frasi dell’articolo che dice, più o meno: “non ci sarà la guerra ed è troppo presto per sapere cosa succederà e le conseguenze che si avranno; certo è che gli americani in Medio Oriente saranno meno sicuri e che in Iraq, come in altri luoghi del mondo, si combatterà una guerra per procura”. Su quest’ultimo argomento ho fatto una ricerca che puoi leggere (per chi ha voglia di approfondire troverà il link in calce) e te la posso spiegare con semplici parole: Una guerra per procura si verifica quando due paesi non combattono direttamente una guerra, ma fanno in modo che siano dei terzi a combatterla per loro su un territorio di un altro Stato. Infatti, sulla base del principio che “il nemico del mio nemico è mio amico”, lo Stato che non vuole impegnarsi direttamente in un conflitto (oggi politicamente chi fa partire una guerra viene punito e nessuno, neanche gli USA, vorrebbero essere coinvolti in un conflitto) fa combattere al posto suo un soggetto terzo, sostenendolo politicamente, economicamente o fornendogli armi e capacità. In questo caso, potrebbe essere uno Stato oppure un attore non statuale, per esempio un gruppo terroristico.

Pertanto, ritengo plausibile pensare che: l’Iraq – che non trova pace da 17 anni – rischi di diventare il campo di battaglia di una guerra per procura tra Iran e Stati Uniti…e non solo l’Iraq. Questo era l’articolo di cui mi chiedeva mio nipote https://www.esquire.com/it/news/politica/a30389023/terza-guerra-mondiale-soleimani/. per chi la volesse leggere questa era la mia ricerca sulle guerre per procura https://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Pubblicazioni/ricerche/Pagine/Ricerca_trenta_2016.aspx.

Ora, per approfondire un po’, propongo una riflessione.

Dall’inizio degli anni 90, da quando la paura della guerra si è fatta più flebile, anche in seguito alla caduta del muro di Berlino e poi, soprattutto, dopo l’attentato alle Torre Gemelle – vero game changer delle relazioni internazionali – gli Stati hanno ricominciato a considerare possibile, quale strumento di politica estera, l’opzione militare. Negli anni precedenti invece si riteneva che la possibilità di intervento militare fosse una scelta “non spendibile” da utilizzare soltanto con finalità di dissuasione del nemico.

Le grandi potenze non si combattono direttamente dagli anni 50 e credo che, ancora oggi, non sia possibile una grande guerra tra potenze a livello globale, ma è molto probabile una guerra tra potenze regionali – come l’Iran, l’Arabia Saudita o la Turchia – che lottano per l’egemonia di un’area.

E chi è la potenza globale che teme l’emergere di un competitor egemone regionale? La risposta è semplice e in questi giorni ne abbiamo avuto una ulteriore prova.

Però oggi non siamo più in grado di identificare una guerra. Le guerre non sono più dichiarate e quindi, non esiste più un atto “ufficiale” con cui darvi inizio; non vi è confine tra pace e guerra, vi è incertezza sulla temporalità e la qualità dell’applicazione del regime giuridico.

E’ legittimo uccidere il proprio nemico? In condizione di guerra sì, ma in condizione di pace non lo è.

Come giudicare se è legittimo farlo quando la guerra è ibrida, come la guerra globale al terrore, avviata dopo l’11 settembre?

E’ legittimo o no l’omicidio mirato? Oggi un paese che si senta in guerra contro il terrorismo, ritiene legittimo l’omicidio mirato, se invece un paese si sente in pace e considera il terrorismo una minaccia che non può modificare lo status da pace a guerra (come nel nostro caso e nel caso di molti paesi europei), allora l’omicidio mirato non è assolutamente giustificabile.

Lo stesso dicesi per le extraordinary rendition cioè le consegne speciali di un soggetto terrorista da uno stato a un altro (chiamiamoli pure rapimento mirati).

Quando la guerra è ibrida non è chiaro e tanto meno universale cosa sia legittimo e cosa no.

Purtroppo questa diversa considerazione dello status tra guerra e pace esiste anche tra paesi europei. Basti riascoltare i discorsi di Hollande dopo gli attentati terroristici a Parigi per capire che anche la Francia si è immediatamente ritenuta in guerra contro il terrore.

Lo stesso non è stato per l’Italia. Queste sono solo considerazioni che devono aiutarci a comprendere e giudicare ciò che è successo. Chi ha ragione? Chi dice che gli USA hanno compiuto un attentato terroristico o chi dice che gli USA hanno legittimamente combattuto un terrorista?

Siamo in un contesto ibrido…le regole del diritto internazionale e le organizzazioni internazionali non riescono più a mettere ordine alle relazioni tra gli Stati.

Gli USA ritengono di stare in guerra contro il terrore? Allora per gli americani l’uccisione è legittima. Ma noi riteniamo che non sia così e non possiamo e non dobbiamo giustificarla.

Penso che il nostro paese debba sempre essere in grado di adottare posizioni chiare. Questo non deve minare il nostro posizionamento come soggetto fondatore della NATO e alleato leale degli Stati Uniti. L’uccisione di un alto rappresentante militare di uno stato sovrano avvenuta in un altro stato sovrano è un punto di non ritorno per quanto riguarda l’eliminazione dei limiti all’uso della forza che dovrebbe costringere l’Italia, Patria del diritto, a prendere una posizione chiara sui limiti.

Non si può voltare lo sguardo altrove e non rendersi conto che lo stesso potrebbe succedere – spero solo teoricamente – nel nostro Paese o contro un cittadino italiano, accusato di terrorismo – in un altro paese. E ricordiamoci anche che un cittadino italiano, Giovanni Lo Porto, che era stato sequestrato dai jihadisti in Pakistan nel 2012, è morto come vittima collaterale di un’azione di un drone statunitense contro la formazione terroristica che lo deteneva. Obama chiese scusa e pagarono i danni alla famiglia, ma non ci sono stati ulteriori chiarimenti.

E’ vero, era tutto più chiaro e più facile quando la guerra si poteva dichiarare! Oggi, però, prendiamo posizione prima che il mondo diventi il far west!

 

 

 

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Essere o avere? … della riduzione delle differenze tra paesi ricchi e poveri

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Mia madre è un insegnante elementare in pensione, da tanti anni ormai. Ha la fortuna di avere tutto il tempo per leggere e pensare, cosa che a noi frenetici del XXI secolo a volte sembra negata, impegnati come siamo a dividere il cervello almeno su due o tre attività contemporanee. Mamma no, lei legge e pensa.

Qualche giorno fa, mentre ero al lavoro con i capelli dritti e affaccendata in una delle mille scadenze mi ha chiamata per dirmi “Betta! Sto rileggendo Essere o Avere di Erich From, ma è bellissimo, non me lo ricordavo.”..e poi…”ci sono tutti i temi di cui parlate oggi voi…c’è anche il reddito di cittadinanza!“. Ormai, con due figli grillini, cerca anche lei conferme alle cose che sosteniamo, ed è una grande alleata!

Ma torniamo ad “Essere o Avere”. Neanche io ricordavo il contenuto del libro, che è del 1976, e mentre continuavo a scrivere sulla tastiera, ascoltavo mamma che leggeva e mi sono convinta a rileggerlo. Voglio commentare qui alcune parti che illustrano veramente alcune idee mie personali, per le quali decisi di studiare economia dello sviluppo, fare un master in cooperazione internazionale e poi lavorare nella cooperazione, ma che sono idee anche  del movimento e, decontestualizzate dal discorso politico, non possono non essere condivise da tutti. Per alleggerire la lettura, la privo delle parti ormai anacronistiche.

Lo iato tra nazioni ricche e povere deve essere colmato“.

Ci sono punti o pochi dubbi circa il fatto che il mantenimento e anzi l’allargamento dello iato in questione avrà effetti catastrofici. I paesi poveri hanno cessato di accettare lo sfruttamento economico da parte del mondo industrializzato come una realtà voluta da Dio. …….. L’aumento dei prezzi del petrolio è stato l’inizio – e insieme un simbolo – della richiesta dei colonizzati di mettere fine al sistema per cui si esige che essi vendano a buon prezzo materie prime e acquistino ad alto prezzo prodotti industriali. Allo stesso modo, la guerra del Vietnam ha costituito un simbolo dell’inizio della fine della dominazione politica e militare dei popoli colonizzati a opera dell’Occidente.

Che cosa accadrà se non si farà nulla di decisivo per colmare lo iato?

Si avranno epidemie che invaderanno la fortezza della società bianca, ovvero carestie che porteranno a tal punto di disperazione le popolazioni dei paesi poveri che queste, magari con l’aiuto di simpatizzanti del mondo industriale, commetteranno atti distruttivi, ricorrendo eventualmente all’uso di piccole armi nucleari o biologiche suscettibili di diffondere il caos nella fortezza bianca.

Questa catastrofica prospettiva può essere scongiurata solo a patto che le condizioni di sottoalimentazione, fame e malattia siano poste sotto controllo, e a tale fine l’aiuto delle nazioni industriali è assolutamente necessario.

L’aiuto in questione deve essere assicurato senza che ci si aspettino in cambio profitti o vantaggi politici per le nazioni ricche, e ciò significa anche che queste devono rinunciare all’idea che i principi economici e politici del capitalismo possano essere trasferiti all’Africa e all’Asia.

Ovviamente, spetterà agli esperti di economia decidere la maniera più efficace di fornire aiuti economici (per esempio, sotto forma di servizio o di investimenti di capitali). Ma soltanto coloro che meritano davvero il nome di esperti possono mettersi al servizio di questa causa: deve trattarsi di individui che hanno non soltanto cervelli ben funzionanti, ma anche sentimenti umani che li spingano a cercare la soluzione ottimale. Perché costoro possano intervenire, e le loro raccomandazioni essere seguite, l’orientamento all’avere deve venire notevolmente indebolito e manifestarsi un sentimento di solidarietà, di attenzione per i bisogni altrui (non già di pietà).

L’attenzione per i bisogni altrui riguarda non soltanto i nostri simili oggi viventi sulla terra, ma anche i nostri discendenti; e in effetti, nulla denuncia il nostro egoismo quanto il fatto che stiamo saccheggiando le materie prime della terra, inquinandola e ponendo le premesse per un conflitto nucleare; e non esitiamo neppure un istante di fronte alla prospettiva di lasciare in eredità ai nostri discendenti questo pianeta saccheggiato.

Ma questa trasformazione interiore avrà luogo? Impossibile dirlo.

Comunque, una cosa il mondo deve sapere, ed è che,

in mancanza di essa, lo scontro tra nazioni povere e nazioni ricche diverrà inevitabile.

Riassumendo e attualizzando:

  1. emigrazioni e terrorismo non sono che il frutto di scelte economiche e politiche che hanno contribuito ad aumentare il divario tra le nazioni.
  2. occorrono esperti con testa e cuore, come sta ripetendo da giorni Di Maio, quando descrive i candidati del movimento 5 stelle
  3. una politica che non guardi alle generazioni future e al rispetto dell’ambiente apre le porte a prospettive di confitto.

Una rinnovata cooperazione internazionale, che metta al centro l’uomo e sia basata sul rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale di ogni singolo Paese, è la base per un futuro di pace e multilateralismo tra le popolazioni e da qui, uno dei punti del programma estero “

La politica estera del MoVimento 5 Stelle si basa sul rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, la sovranità, l’integrità territoriale e il principio di non ingerenza negli affari interni dei singoli Paesi; sul rispetto del multilateralismo, della cooperazione e del dialogo tra le popolazioni e una rigorosa applicazione dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. In particolare, si ripudia ogni forma di colonialismo, neocolonialismo e/o ingerenza straniera.

E, sull’ambiente,

“Tutela, valorizzazione, sostenibilità, economia circolare. 
Lavoriamo sul presente per costruire il futuro”