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L’Importanza della Donna nella Politica Contemporanea

𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨
Isola Capo Rizzuto – 25/10/2025

Discorso di Elisabetta Trenta al Convegno “𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨” svoltosi a Isola Capo Rizzuto sabato 25 ottobre 2025, organizzato dalla Fondazione Forum della Dottrina Sociale della Chiesa e moderato dal giornalista Francesco Verderame. COn la partecipazione di Monsignor Fusco, del senatore Luigi Vitali, del professor Mauro Alvisi e del presidente di Libertà è Democrazia, Arch. Affatato.

La CURA, il filo rosso tra donne e politica

Parlare di donna e politica, oggi, significa parlare di futuro e libertà.
C’è un filo rosso che lega queste due parole: la cura.

𝐋𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚: 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞, 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞.

E le donne, quando entrano davvero nella politica, portano con sé la capacità di 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐮𝐜𝐢𝐫𝐞 ciò che è stato lacerato.

Politica nuova è metodi diversi

Una 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 non è fatta di volti nuovi, ma di 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢.
Non nasce dalla forza, ma dalla 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
Non dal comando, ma dal 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨.
Non dal calcolo, ma dal senso di 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀.
Le donne non devono entrare nella politica degli uomini: devono cambiare il modo di farla.
Perché la loro presenza non è questione di quote, ma di qualità.
Le donne non fanno la politica del consenso, fanno la politica del senso, del significato, non del vantaggio.

Politica nuova e democrazia

U𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚.
Viviamo un tempo in cui lo spazio democratico si restringe: il Parlamento conta sempre meno, il potere si accentra, e il dissenso viene percepito come un ostacolo.
Tutto questo accade in nome dell’efficienza e della velocità.
Eppure la democrazia non è efficiente: è lenta, faticosa, difficile, ma è proprio questa fatica a renderla umana.
Difendere la democrazia significa avere coscienza del potere e sapere che ogni decisione presa in fretta o ogni regola piegata è una ferita alla libertà.
E qui 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚: 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.

Contro le mafie del territorio

Il titolo dell’evento aggiungeva un’altra parola chiave: “𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨”.
Perché le mafie non sono solo organizzazioni criminali: sono una mentalità, la cultura della convenienza, dell’omertà, del “così fan tutti”.
Le mafie si annidano nelle coscienze, e per sconfiggerle serve un risveglio civile.
E chi può generarlo, se non le donne?
Le donne che insegnano, amministrano, crescono figli, presidiano le comunità.
𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐨 𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞.
Una politica nuova è quella che non promette ma costruisce, che non si lascia intimidire dai poteri locali ma li sfida con la forza della trasparenza.

𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞: 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢,
𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞.

Serve una politica che non divida ma unisca, che non gridi ma spieghi, che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza. Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore. Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚. E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro. Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano. Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.

La politica esigente

Ecco perché la politica delle donne non è “più gentile”: è più esigente.
Perché chiede 𝐜𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀.
La politica deve tornare ad avere 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Deve saper guardare avanti, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨.
E ancora una volta le donne hanno questo sguardo naturale verso il futuro: costruiscono ogni giorno, con pazienza e responsabilità.

La politica bella

Serve una politica che non divida ma unisca,
che non gridi ma spieghi,
che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza.
Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.

Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.

E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.

Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.

Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.

PS: So bene che ogni generalizzazione è una semplificazione e che il mondo è pieno di donne che imitano gli uomini ed adottano stili di leadership prettamente maschili. Queste riflessioni vogliono essere un invito a non farlo, proprio per non perdere quella ricchezza che ci contraddistingue.

Eventi

Premio Internazionale Bonifacio VIII città di Anagni 2021

Il 9 luglio 2021 è stata per me una giornata significativa ho ricevuto dall’ Accademia Bonifaciana per avermi conferito il Premio Internazionale Bonifacio VIII città di Anagni 2021 intitolato “…Per una Cultura della Pace“. La Pace, un tema a me caro e che ho messo al centro del mio mandato da Ministro della Difesa. Nel discorso che ho tenuto in occasione della consegna del premio, ho affermato che la ricerca della pace debba essere al centro dell’attività di ogni politico o, come ci ha detto Papa Francesco, al centro della “BUONA POLITICA”.

Verità, giustizia, amore, libertà sono i quattro pilastri su cui si deve fondare un discorso sulla pace e il nostro futuro. #PensiamoilFuturo #ElisabettaTrenta

Giovanni XXIII – Pacem in Terris

La mia visione su Pace e Politica

Buongiorno a tutti,

È per me un grande onore ricevere il Premio Internazionale Bonifacio VIII Città di Anagni 2021 che accolgo con gioia e gratitudine e ringrazio il Presidente del Comitato scientifico, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Enrico dal Covolo, e il Grande Ufficiale Dott. Sante De Angelis, Rettore Presidente dell’Accademia Bonifaciana.

Saluto Il Sindaco di Anagni avv. Daniele Natalia, il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e le autorità civili, religiose e militari con le quali mi onoro di ricevere oggi questo premio.

“….Per una cultura della Pace”, tema del premio, è il tema che ho messo al centro del mio breve ma intenso mandato di Ministro della Difesa ed è il tema che io credo debba essere al centro dell’attività di ogni politico o, come ci ha detto Papa Francesco, al centro della BUONA POLITICA.

Nell’enciclica “Pacem in terris” Giovanni XXIII metteva a fondamento della pace i diritti umani universali (ed i corrispettivi doveri) e, tra questi, il diritto al lavoro, il diritto a una retribuzione “determinata secondo i criteri di giustizia”, il diritto a emigrare e immigrare, il diritto di prender parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune. Insieme ai diritti, verità, giustizia, amore, libertà erano i quattro pilastri su cui si deve fondare un discorso sulla pace

Non basterebbero solo queste considerazioni a un politico per svolgere un’azione portatrice di pace nelle sue varie dimensioni?

Sono quattro, principali dimensioni della pace:

La pace di ogni uomo con se stesso, quando è soddisfatto, vive con dignità, vede riconosciuto il proprio lavoro e le proprie aspirazioni, vive in una società giusta, in libertà e riconosce come propri i bisogni e le esigenze altrui fino a rendere partecipi gli altri dei propri beni, in una dimensione d’amore. Che bello sarebbe se ogni cittadino si sentisse in pace!

La pace che si sviluppa nel corpo della società, quando c’è giustizia, equità, parità di opportunità, rispetto delle minoranze, solidarietà e una convivenza ordinata perché è presente un’autorità capace di assicurare l’ordine e contribuire all’attuazione del bene comune.

Un’autorità che, diceva Papa Giovanni, non è una “forza incontrollata” ma la facoltà di comandare secondo ragione per la realizzazione del bene comune, quel bene che si realizza quando i poteri pubblici da una parte proteggono e dall’altra promuovono i diritti evitando il crearsi di situazioni di privilegio.

La pace che si sviluppa fra gli stati, quando le risorse sono distribuite in maniera equa nello spazio e gli stati riconoscono il bene comune universale che si realizza quando gli interessi di ogni singolo stato sono limitati da un generale interesse globale alla pace e allo sviluppo.

E infine

La pace che si sviluppa nel tempo, tra le generazioni, quando una generazione non consuma le possibilità di vita futura della generazione che segue.

Lo so, sono idealista quando penso che nel mondo perfetto, la buona politica, quella rivolta alla pace, dovrebbe andare tutta insieme nella stessa direzione.

Quando si rompe questo mondo ideale?

SI rompe quando la politica non è più ricerca della pace ma ricerca del potere, un potere che diventa denaro che serve a produrre altro potere e che a sua volta serve a produrre altro denaro.

Quando questa spirale coinvolge l’uomo, la società, lo Stato o la comunità internazionale, la pace non trova più casa.

Non c’è più ordine, non c’è più bellezza, non c’è più armonia, non c’è più equilibrio, non c’è più unità … non c’è più pace.

Con queste mie considerazioni però non voglio dire che la Pace sia un’utopia perché credo che la buona politica esista e sia quella di coloro che perseguono un potere molto particolare, quello di fare del bene e migliorare la vita delle persone , quello DI COLORO CHE  SANNO PRENDERSI CURA DEL PROSSIMO E DEL CREATO.

Lavorare per la pace è faticoso perché implica la capacità di ricercare continuamente un dialogo sociale e politico armonioso.

La pace non è mai data per sempre, ha bisogno di cura e attenzione, deve essere coltivata, ma occorre crederci, perché, e questo rende il tutto ancora più difficile, la pace esplode tutta insieme, oppure non è pace.

Auguro a tutti noi la pace più speciale: la pace del cuore!

Crisi Internazionali, Geopolitica

Sono ancora tante le sfide in Libia, ma è un nuovo inizio!

Il 6 aprile il Presidente del Consiglio Mario Draghi andrà in #Libia e incontrerà il suo omologo libico Abdul Hamid Dabaiba, da poco eletto, che ha già incontrato due volte il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

La Libia mi evoca tanti ricordi. Fu una delle mie missioni “boots on the field” di un’altra epoca, tutela e salvaguardia del patrimonio artistico in un Paese dilaniato, fra rischi grandi, scenari stupendi e indimenticabili squarci di umanità.

La Libia del mio mandato governativo, contesa fra tante forze brutali nel pieno della guerra civile, il tentativo dell’Italia di aiutare, almeno restando presente, mentre tutti scappavano tranne quelli con gli intendimenti peggiori. Il confronto, la collaborazione e lo scontro nel governo e con i partner dell’Unione Europea mentre il panorama di morte sulla terra e nel mare accresceva l’incubo.

La Libia di oggi, in cui Luigi Di Maio, in cui Mario Draghi cercano di riannodare i fili che erano già stati, spero di poterlo dire, di Giuseppe Conte, e miei, anche a costo di prese di posizione preveggenti ma talora isolate.

C’è oggi un nuovo presidente degli Stati Uniti e una nuova politica oltre Atlantico. Le pressioni di imperialismi orientali, della Russia, della Turchia, sono sempre presenti anche nello scacchiere del Mediterraneo Meridionale, ma la crisi economica, e la rinnovata presenza degli USA rende queste spinte meno assillanti. Come significativa è la posizione più assertiva della Francia.

La partita libica resta complessa, sono ancora presenti e protagonisti tutti gli attori di una guerra per procura che ha svantaggiato in primis i Libici e, per riflesso, L’Italia e l’Europa. Ci sono ancora sul territorio libico circa 200.000 #mercenari stranieri e non sono ancora state smantellate le #milizie, un dramma nel Paese già dal 2012.

E’ necessario ora fare le mosse giuste e nella giusta sequenza.

E’ prioritario varare al più presto un programma per lo smantellamento delle milizie e il reintegro degli ex combattenti. In gergo si chiama #DDR, Disarmement, Demobilization and Reintegration, (Disarmo, smobilitazione e reintegro) e ha bisogno di tante risorse. Circa sei mesi fa il ministero degli interni libici aveva emanato un decreto che ha diviso le milizie in 3 gruppi indicati con tre colori, verde, giallo e rosso. Le milizie del gruppo rosso si sarebbero dovute smantellare, quelle verdi e gialle invece sarebbero state reintegrate. Ciò significa offrire un lavoro a chi accetta di smettere di combattere, una pensione a chi non può più lavorare, la scuola per chi è troppo giovane per andare a lavorare.

Io avevo lavorato proprio su un progetto del genere, per la “riconversione” e il reintegro di ex combattenti, come corpo di sicurezza per i siti archeologici. Purtroppo poi ricominciarono a combattere e fu interrotto.

Se il programma di DDR non avviene immediatamente e non precede le nuove elezioni, sono abbastanza sicura che anche il nuovo eletto Parlamento, come i precedenti, si troverebbe vittima delle milizie.

Inoltre occorre subito un accordo con Russia e Turchia per l’allontanamento dal paese dei combattenti stranieri che hanno partecipato alla guerra civile. Ci sono dei segnali in merito. Il 2 marzo un primo gruppo di 10 osservatori internazionali è arrivato a Tripoli per preparare il lavoro per coloro che dovranno monitorare il rispetto del cessate il fuoco e l’allontanamento delle forze e mercenari stranieri. Inoltre, circa dieci giorni fa, il Comitato militare libico 5+5, composto da membri delle forze di Tripoli e dell’Esercito Nazionale Libico, riunitosi a Tripoli, si è accordato sulla necessità di espellere le forze e i mercenari stranieri ancora nel Paese.

Insomma, pur nella consapevolezza delle difficoltà evidenziate, la #pace e una nuova #prosperità sono oggi una prospettiva possibile per la Libia e l’intero #Mediterraneo non ha che da guadagnare da una simile possibilità.

#ElisabettaTrenta#Pensiamoilfuturo#insiemesiamopiuforti

Tripoli – 2014 – Progetto con la WAC – Warrior affair Commission, poi LPRD (Libyan Programme for Reintegration and Development)
Tripoli – 2018
Tripoli – Marzo 2021