Difesa, Marina Militare

Ma il pericoloso “sottodimensionamento” dello strumento aeronavale in Italia non fa preoccupare nessuno?

Un commento sul discorso di commiato dell’Amm Treu e sui warning da lui lanciati

#20luglio – Qualche giorno fa, il 16 luglio, a bordo della portaerei Cavour ormeggiata nella Stazione Navale Mar Grande di Taranto,  l’ammiraglio di squadra Paolo Treu ha passato il timone della Squadra navale (CINCNAV) all’ammiraglio di squadra Enrico Credendino. La sua allocuzione di commiato è stato un discorso  emozionante, che ha rivelato ancora una volta, l’onestà intellettuale di un grande comandante, integerrimo servitore dello Stato, instancabile difensore della Marina,  leale collaboratore del Capo di Stato Maggiore della Forza Armata, che non è mai venuto a compromesso con la sua coscienza ma ha saputo sopirla, per amore dei suoi uomini e donne, nel periodo della pandemia. L’ammiraglio ha “denunciato” alcune decisioni che possono influire negativamente sul ruolo della Marina nella Difesa dell’Italia, di fronte alle quali sarebbe stato pronto a salutare la bandiera, ma non l’ha fatto, per non abbandonare la squadra navale nel difficile momento della crisi Covid. 

“Stranamente” nessun grande giornale ha ripreso i temi da lui trattati, certamente non la Difesa e, allora, vorrei farlo io perché condivido ogni singola parola sia stata pronunciata dall’Ammiraglio.

Sull’assegnazione del terzo F35B all’ Aeronautica

Ha detto l’Ammiraglio Treu:

Ho sofferto per l’assegnazione ad altra forza armata del terzo F-35B, ritenendola il primo tassello di un’evidente strategia che mira a spostare il termine della rinascita della Portaerei oltre il 2030, annichilendo di fatto tale preziosa capacità di proiezione.

L’Italia ha in programma l’acquisto di 30 F35B, 15 per la Marina e 15 per l’Aeronautica. Ad ogni aereo pronto per l’assegnazione inizia una vera e propria lotta tra le due FFAA di fronte alla quale credo debba prevalere l’interesse del Paese. Ma non sempre è così e la politica deve prendersi le sue responsabilità.

La non assegnazione alla Marina del terzo F35B-STOVL (a decollo verticale), costruito per essere impiegato prevalentemente dalle portaerei, è indice del fatto che, ancora una volta, abbia vinto l’interesse di parte su quello del Paese. Io sono profondamente convinta che, quando risulta difficile fare delle scelte a causa di una situazione conflittuale, è necessario decidere usando il “cannocchiale”, anziché attraverso la “lente di ingrandimento”, guardando cioè all’interesse generale. È questo che ci chiedono i cittadini. 

Che senso avrebbero le Forze armate se non fossero strumento di realizzazione di un interesse supremo di Difesa e Sicurezza? 

Che senso avrebbero se non fossero strumento di Politica Estera e proiezione del paese? 

Che senso avrebbe se lo Stato investisse nell’ultimo ritrovato dell’industria degli armamenti, che poi non venisse impiegato prioritariamente per lo scopo per cui è stato concepito, progettato, costruito (e nel caso di specie consegnato) per fare fronte alle minacce con cui il Paese deve confrontarsi?

Come dichiarai anche in una intervista di circa un anno fa, il primo momento di tensione sul tema F35-B si ebbe nel 2019, quando fui costretta a intervenire politicamente più di una volta prima che l’aereo fosse consegnato giustamente alla Marina e, dico giustamente, non perché io abbia delle preferenze, ma per delle precise motivazioni strategiche, peraltro presentate e condivise dal Consiglio Supremo di Difesa che, come sa è il massimo organo consuntivo in materia di Difesa previsto dal nostro ordinamento costituzionale. 

In particolare, il Consiglio convenne che era necessario per la difesa e sicurezza dell’Italia completare la “capacità portaerei disponibile”, esigenza che ho poi tramutato in una delle priorità del mio Atto di Indirizzo come Ministro della Difesa per l’anno 2019, consultabile sul sito web della Difesa. Per cui se quelle motivazioni strategico-politiche erano valide e necessarie fino al 2019, lo sono ancora di più oggi, che il completamento della capacità portaerei disponibile nei tempi previsti è a rischio.

L’Italia e il Mediterraneo

Considerando che senza il mare non è possibile lo sviluppo di tutte quelle attività necessarie all’esistenza e alla sussistenza dello stesso genere umano, dall’ approvvigionamento di cibo ed energia, ai commerci, ai collegamenti trans-oceanici, traduciamo quest’affermazione con qualche numero, per rendere meglio il concetto.

Il Mediterraneo è una “cerniera” tra tre continenti, quello europeo, quello africano e quello asiatico. Esso, pur rappresentando soltanto l’1% della superficie acquea globale, è interessato dal 19% del traffico marittimo mondiale, che sale al 30% per quanto riguarda il petrolio e al 65% per le altre risorse energetiche comprese quelle trasportate dai gasdotti sottomarini ed è nel mediterraneo che l’Italia – una Penisola stretta e lunga –  si protende con i suoi oltre 8.000 km di coste. Il mare è, per il nostro paese, il mezzo attraverso cui si muovono i principali flussi di import/export, per cui il saldo commerciale nel 2018 ha registrato un attivo di circa 40 Mld di eur, ponendoci tra i primi paesi al mondo. Il cluster marittimo dà occupazione a mezzo milione di lavoratori e a 5 milioni di lavoratori nell’indotto; contribuendo al PIL per il 2,6 pct; abbiamo la quarta flotta mercantile mondiale, la seconda flotta peschereccia europea e tra le prime flotte di traghetti al mondo. Per non parlare poi dell’altra rete che accoglie il fondo del mare, oggi vitale e in quanto tale anche fragile, cui forse la maggior parte di noi presta non molta attenzione, dandone gli effetti per scontati e ininterrotti. Mi riferisco, a internet. 

Dal mare ci giungono oggi le principali sfide. La prima, la più importante, la crisi in Libia. Un Paese diviso in due, con due governi che si combattono attraverso le milizie che li supportano e con l’appoggio finanziario, in termini di armamenti e di presenze militari di altre potenze regionali e non. Il rischio per noi è grande e si esprime in termini di aumentata insicurezza energetica, crescente instabilità a 2000 km dai nostri confini, aumento del rischio migratorio (la Libia assorbiva anche molti migranti che venivano dall’Africa), crescente rischio terroristico, riduzione delle opportunità per le nostre imprese. 

Ricordo che ai tempi della guerra in Libia del 2011, cui l’Italia partecipò nell’ambito dell’operazione della NATO “Unified Protector”, il dispositivo navale era tutto a guida italiana: il Comandante della Forza Navale della NATO era l’ammiraglio comandante il Comando Marittimo Alleato di Napoli (poi chiuso nel 2013), mentre il Comandante delle operazioni tattiche in mare era un altro ammiraglio italiano imbarcato sulla Nave di bandiera della nostra Marina (Etna). L’unica portaerei del dispositivo NATO era la nostra Nave Garibaldi con i suoi Harrier imbarcati. Vi era un’altra portaerei, ma in missione nazionale, e si trattava della francese Charles De Gaulle.  

Tornando a oggi, sulla base di un conflitto geopolitico regionale, già sufficientemente pericoloso, si aggiunge il nuovo protagonismo della Turchia che, con i due accordi firmati con la Libia il 27 novembre 2019, uno di collaborazione militare e l’altro sulle risorse marittime, ha reso ancora più complicate le relazioni nel Mar Mediterraneo orientale. Con il secondo accordo sono state infatti delimitate le aree di competenza dei due Paesi e la Turchia ha potuto dividere quello che la Grecia considera il territorio marittimo delle sue isole e ha dato un’ulteriore giustificazione alle proprie esplorazioni petrolifere nell’area di Cipro. 

Oggi la Turchia è presente in Libia, dopo aver sostenuto militarmente il governo di Tripoli nella guerra contro Haftar ed è responsabile anche della formazione della Guardia Costiera libica, che prima formavamo noi e dovremmo tornare urgentemente a farlo. Quella Guardia Costiera che oggi non mostra più il rispetto nei confronti dei migranti che mostrava quando collaborava con noi.

Le tensioni nel Mediterraneo crescono sempre di più, anche collegate ai progetti energetici, e sono comparsi altri soggetti, come la Russia, presente in Libia oltre che in molte zone africane, con la propria compagnia di mercenari, il Gruppo Wagner.

Dall’estate 2019 si è fatta concreta anche la crisi nello stretto di Hormuz a causa dell’assertività degli iraniani e quest’anno l’Italia ha aderito alla missione europea Emasoh.

In questo quadro è chiaro a tutti che l’essere dotati di una portaerei al massimo delle sue capacità permetterebbe al nostro Paese di poter esercitare azione di deterrenza, nonché di proiezione di potenza necessaria a tutelare i nostri interessi geostrategici. 

Mi sembra evidente che in questo contesto l’espressione effettiva della capacità portaerei è indispensabile per una efficace diplomazia 

L’Aeronautica ha già raggiunto la IOC (Initial Operational Capability) dei propri F35-A (a decollo normale). Affinché l’investimento che il Paese ha fatto sull’intera flotta F35 (60 a decollo normale e 30 a decollo corto/verticale) porti al più presto i suoi benefici in termini di utilità per la difesa e sicurezza del Paese, è necessario che anche la Marina raggiunga al più presto la sua piena capacità operativa, e questo è possibile solo quando riuscirà a completare il primo gruppo di volo imbarcato. 

Distribuire gli F35-B uno a Marina e uno ad Aeronautica è un modo per allungare senza motivo questi tempi. O forse il motivo c’è, ma non è chiaro e comprensibile anche ai cittadini normali, che con le tasse che pagano rendono possibili queste acquisizioni, per la loro stessa difesa e sicurezza attraverso le Forze armate. 

Come cittadina oggi, come Ministro ieri, mi preoccupo quando si sprecano risorse, o tempo – che è la stessa cosa – senza motivazioni, forse apparentemente, poco plausibili. 

Sul perchè non bisogna depotenziare la Marina e perché la capacità portaerei è strategica

Gli interessi nazionali nel dominio marittimo extra-territoriale posso essere ricondotti a tre macro-ambiti: energetici (con particolare riguardo all’estrazione e al trasporto petrolifero), traffico commerciale e attività di pesca. Cosa può dunque minacciare questi nostri interessi? Minacce che spaziano da quelle militari convenzionali, a quelle portate da attori sia statuali che non-statuali lungo le linee di comunicazione marittima (ad esempio gli attacchi contro petroliere nel Golfo Persico), al fenomeno della pirateria marittima in alcuni chock point di rilevanza strategica nazionale (come le acque al largo del Corno d’Africa dove da tempo l’Unione Europea ha avviato un’operazione militare marittima – Atalanta – cui l’Italia partecipa con una Unità Navale della Marina), al terrorismo (ad esempio il sequestro dell’Achille Lauro), ai traffici illeciti, che comprendono anche quello degli esseri umani e delle armi.

C’è anche un’altra motivazione che addussi due anni fa al Generale Vecciarelli: la Brexit. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, i Paesi europei in possesso di una portaerei restano solo due, Italia e Francia, perché la Juan Carlos, spagnola, anche se dotata di ponte di volo, non è una portaerei. A questo punto è aumentato anche il nostro “valore” nell’ambito delle capacità di difesa europee e questo conferisce una maggiore forza al nostro Paese. 

Infine c’è una motivazione pratica: abbiamo fatto un grande investimento per migliorare il ponte di volo della Cavour, perché ritardare ancora nell’acquisizione degli aerei da imbarcare?

Sull’assegnazione di due FREMM all’Egitto

Il mio cuore subì un nuovo duro colpo: la cessione delle nostre ultime due fregate FREMM all’Egitto.

Attenzione, dice l’Ammiraglio Treu, “A seguito di ciò, l’Italia ora dispone di un numero totale di unità di prima linea – ossia di Caccia e di Fregate – inferiore persino all’Algeria, oltre che all’Egitto e alla Turchia.

Stiamo attenti a sottovalutare il rango dell’Italia nel Mediterraneo. Oggi la Turchia ha 26 fregate contro 14 dell’Egitto, 15 dell’Algeria e 12 dell’Italia, mentre per quanto riguarda le corvette/pattugliatori, la Turchia ne ha 37, l’Egitto 40, l’Algeria 6 e l’Italia 10. Credo che questi dati parlino da soli.

E bisogna considerare anche il sottodimensionamento della marina in termine di Personale.

E’ ora di capire che l’Italia non può permettersi una Marina depotenziata, come non può permettersi il depotenziamento di nessuna delle FFAA. Le scelte siano ispirate da priorità strategiche!

Il link a questo articolo pubblicato da Formiche:

https://formiche.net/2021/07/trenta-marina-treu/

Il discorso di commiato dell’ammiraglio Paolo Treu

Sottosegretario alla Difesa Senatore Stefania Pucciarelli, infinite grazie, da parte di tutti noi, per presiedere questa cerimonia, a testimonianza del grande affetto e della solidale vicinanza che ha sempre dimostrato verso il personale della Squadra Navale.

Autorità e gentili ospiti, Vi porgo la nostra corale riconoscenza per aver arricchito, con la Vostra presenza, questa vibrante atmosfera, colma di emozioni, nella cornice di Taranto, scintillante icona della marittimità nazionale e granitico pilastro della Marina.

Un deferente omaggio alla Bandiera di Guerra della Marina Militare e delle Forze Navali e che Dio ponga sul nemico il terrore di Lei, come chiediamo con il nostro canto, al tramonto, sul mare.  

Pari omaggio rendo alle Bandiere di Guerra del 1° Reggimento San Marco, delle Forze Aeree e del Comando Sommergibili.

Lancio il mio cuore commosso verso i nostri caduti, con l’impeto del mio più energico rispetto per il loro generoso sacrificio.

Un fraterno saluto al personale delle Capitanerie di Porto, dei Carabinieri per la Marina e della Lega Navale Italiana.

Un abbraccio ai soci dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia e delle Associazioni Combattentistiche.

La mia gratitudine alla Rappresentanza Militare, nonché ai Rappresentanti Sindacali, per la loro preziosa opera.

Un empatico e solidale omaggio ai nostri veterani e a chi soffre, nonché alle famiglie che hanno perso il loro cari.

Un affettuoso abbraccio ai nostri famigliari, che con la loro pazienza, affetto e amore ci donano forza, resistenza e coraggio.   

Un bacio amorevole e riconoscente a mia moglie Paola che, anche nella burrasca del peggiore e immeritato dolore, non mi ha mai fatto mancare il Suo indistruttibile sostegno.

Un marinaresco abbraccio a mio figlio Carlo, ex brigadiere della Scuola Navale Militare Morosini, molto legato alla Marina.

Un grato saluto a mia madre Lucia, una corazzata di 87 anni, espressione di genuino coraggio, autentica libertà di pensiero e grande umanità, accompagnata dalle mie tre sorelle e mio fratello.

Un goliardico saluto ai compagni di corso dell’Accademia e del Morosini, nonché al Presidente dell’Associazione di quest’ultimo.

Sono all’approdo finale, nel miglior incarico che mi poteva capitare e di questo ringrazio il Capo di Stato Maggiore della Marina.

Caro Pino, Ti avevo promesso una collaborazione leale, schietta e costruttiva, ma non supina, con un confronto dialettico, assicurandoTi che, nel momento della decisione, avrei comunque imbracciato il remo per vogare nella direzione da Te indicata o in alternativa avrei salutato, per l’ultima volta, la bandiera.

Ci conosciamo da tempo e Ti è sempre piaciuto evidenziare, anche scherzosamente, le nostre diversità nell’indole, con riferimento al mio nickname “Pitbull” guadagnato in teatri di feroci battaglie, in cui mi sono lanciato sulla preda senza preoccuparmi della mia incolumità personale … così come fa il pitbull.

Lo ammetto, non sono un leader per tutte le stagioni e mal mi adatto a navigare in acque calme per aggirare la tempesta.

La mia stagione è quella in cui è la Marina che si fa tempesta.  

Fra le battaglie c’è quella per l’F-35B, ossia il JSF Joint Strike Fighter a decollo corto e atterraggio verticale, necessario per rinnovare la capacità della Portaerei.

Una battaglia in cui mi sono sempre dato fuoco, consapevole delle ritorsioni, perché si tratta di una capacità strategica per l’Italia, specchio del Suo rango internazionale, militare e non.

Ho sofferto per l’assegnazione ad altra forza armata del terzo F-35B, ritenendola il primo tassello di un’evidente strategia che mira a spostare il termine della rinascita della Portaerei oltre il 2030, annichilendo di fatto tale preziosa capacità di proiezione.

La componente JSF imbarcata è infatti quella più pregiata, perché beneficia della versatilità dello strumento aeronavale, capace di muoversi avvalendosi della libertà dei mari e della Sua intrinseca autonomia logistica, in modo da raggiungere ogni parte del globo per lanciare le Sue Aquile Marine nel modo più costo-efficace, rapido e letale.

Ero Comandante in Capo da pochi mesi, ma sentivo l’imperativo morale di compiere un gesto eclatante, salutando per l’ultima volta la bandiera, per attirare l’attenzione del governo – e non solo – su una decisione che ritenevo molto dannosa per la nostra amata Italia.

Ma da quel gesto mi fece desistere l’esplosione della pandemia.

Mi sarei infatti sentito un vigliacco se, in quella burrasca, avessi abbandonato il timone della Squadra Navale.

In me prevalse il dovere morale di rimanere con le mie Donne e Uomini, per affrontare uniti e coesi quell’epocale emergenza.

Richiusi quindi in gabbia il pitbull che ringhiava in me e concentrai tutte le mie energie a sostegno del mio personale e delle relative famiglie, per riaccendere, con una nuova fiamma, la motivazione, l’entusiasmo e lo spirito di appartenenza dei nostri Equipaggi, veri artefici dei successi della gloriosa Squadra Navale.

Fu così che, armati di passione per il nostro lavoro e di amore per il nostro Paese, abbiamo assolto tutte le missioni programmate, proiettando a livello internazionale l’immagine di un’Italia grande, di un Paese che non molla mai e combatte con fierezza.

Sempre a causa della pandemia, continuai a tenere imprigionato in me quel pitbull, anche quando il mio cuore subì un nuovo duro colpo: la cessione delle nostre ultime due fregate FREMM all’Egitto.

Ciò è in controfase con la costante crescita degli impegni sul mare, cui si è aggiunta la missione EMASOH, nel Golfo Persico.

A seguito di ciò, l’Italia ora dispone di un numero totale di unità di prima linea – ossia di Caccia e di Fregate – inferiore persino all’Algeria, oltre che all’Egitto e alla Turchia.

E poi si consideri le conflittuali spartizioni del Mediterraneo, alle quali ha fatto seguito il potenziamento delle Marine di protagonisti emergenti, che impongono la necessità di presidiare e difendere – con le nostre unità di altura – la neo istituita Zona Economica Esclusiva, pena la soccombenza alla volontà altrui.

Tutto ciò mette in chiara e drammatica evidenza l’attuale sottodimensionamento dello strumento aeronavale, il cui elemento di pregio, ossia la Portaerei, rischia oltretutto di rinnovarsi alle calende greche, se i primi 15 F-35B, quantitativo minimo per il conseguimento della reale capacità, non andranno tutti alla Marina.

Con queste considerazioni ho voluto condividere, con l’Ammiraglio Enrico Credendino, due delle mie principali preoccupazioni, oltre alla nota e drammatica carenza di personale.

Caro Enrico, a Te che sei un dirigente di prestigio della nostra amata Marina, affido lo strumento aeronavale, ma soprattutto il Suo immenso cuore, la Sua vulcanica mente e le Sue infaticabili braccia, ossia il personale che anima e dà gloria alla Squadra Navale.

Caro Enrico, nei miei due anni di mandato è stato fatto molto per il personale e le relative famiglie, ma ancor più si può e si deve fare.

Più investirai in questa straordinaria risorsa e più raccoglierai in termini di successi operativi, per il bene della Marina e dell’Italia.

Donne e Uomini della Squadra, siete Voi i veri protagonisti di questa giornata, in quanto tenutari del passato, del presente e del futuro, elemento di continuità in un comando che cambia.

In questi ultimi giorni ho peregrinato, nelle varie sedi, per manifestare a tutti Voi i miei più sinceri e abissali sentimenti di gratitudine per gli straordinari risultati che avete conseguito.

Di fronte ai nostri successi voglio farmi piccolo, attribuendo il merito a tutti Voi, di fronte a ciò che si poteva fare meglio voglio farmi grande, assumendomene tutte le responsabilità.

A tutti Voi rinnovo la mia più sincera, commossa e affettuosa gratitudine per avermi regalato enormi soddisfazioni umane e professionali, che serberò per sempre fra i miei più cari ricordi e che proteggerò negli abissi del mio cuore.

Insieme a Voi, ho ritrovato il mio ambiente naturale, ho ritrovato me stesso, ho ritrovato il piacere di lavorare.

Il Vostro calore umano e la Vostra solidarietà, hanno peraltro curato le ferite causate dalla peggiore, ignobile e immeritata cattiveria che ho incrociato sulla rotta del mio precedente incarico

Ciò mi ha consentito di ridare significato al mio lavoro, perché in Voi e in tutto il personale della Squadra Navale ho trovato un più che meritevole obbiettivo su cui concentrare le mie migliori risorse ed energie.

Tuttavia, se sommo tutto ciò che Voi mi avete donato e lo confronto a ciò che io Vi ho donato, il mio sforzo mi pare davvero essere solo una goccia, in mezzo a un mare immenso.

Buon vento vi accompagni sulla rotta verso sempre più grandi successi e che la buona sorte Vi spiani i mari sulla rotta del vostro fulgido futuro.

La mia stagione – quella della tempesta – ha da tempo perso le sue foglie, la pandemia ha perso il suo volano e la metà superiore della clessidra ha perso il suo ultimo granello di sabbia.

Ora gli astri del mio destino sono allineati, la mia missione è giunta a compimento, il pitbull riprenderà la corsa … e non solo.

Ora posso, serenamente, salutare la bandiera, per l’ultima volta.

Viva la Squadra Navale! Viva la Marina!

Crisi Internazionali, Difesa, Geopolitica, Uncategorized

Occorre fare di più per fermare il genocidio in Etiopia

In Etiopia si sta consumando una catastrofe umanitaria in seguito a una guerra di cui in Italia si parla troppo poco

L’antefatto

Il 16 settembre 2018 il mondo ha esultato quando, dopo 20 anni di guerra, l’incontro tra il primo ministro Etiope Abiy Ahmed e il dittatore eritreo Isaias Afwerki è stato il segno dello scoppio della pace tra i due Paesi che sono stati per un breve periodo colonie italiane.

Il primo Ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed (sin) con il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh Mohammed (dx) all’arrivo per i colloqui di pace. Aeroporto internazionale di Addis Ababa, Etiopia, 26 giugno 2018. (Photo by YONAS TADESSE / AFP/Getty Images)

Per questa pace e per aver annunciato che avrebbe varato riforme liberali in economia e politica e, quindi, dato concrete prove di voler rafforzare la democrazia, Abiy ha ricevuto il Nobel della pace nel 2019.

Un premio arrivato un po’ presto ma che rifletteva l’entusiasmo per questa nuova fase che doveva segnare un momento di stabilizzazione per tutto il Corno d’Africa e anche per le relazioni italiane con un’area con la quale manteniamo ancora molti rapporti di vicinanza.

Qui il post che pubblicai in quel periodo. http://urly.it/3fqx8

Sull’onda di questa ventata di riforme i rapporti tra Italia ed Etiopia cominciarono a svilupparsi più velocemente che in passato e io personalmente siglai un accordo di collaborazione nel settore della difesa con l’allora ministro della difesa etiope, Aisha Mohammed Musa.

Con la ministro Aisha Mohammed Musa (sin)

L’accordo prevedeva iniziative di formazione congiunte, trasferimento di conoscenze, operazioni a sostegno della pace, il contrasto al terrorismo e all’estremismo violento; la ricerca e lo sviluppo in ambito militare e la collaborazione in materia di industria della difesa”.

Certo non lo avrei firmato se avessi avuto anche il solo dubbio su quello che invece poi è successo. In quel momento però non avevamo indicatori che ci potessero far presagire il futuro; vedevamo, invece, un Paese che veniva da cinquanta anni di monarchia assoluta, rivoluzioni, guerra civile e autoritarismo, il cui nuovo leader, subito dopo l’arrivo al governo, liberava i prigionieri politici e i giornalisti, apriva ai partiti di opposizione e incoraggiava i ribelli a disarmarsi, terminava con la parola pace una guerra lunghissima con l’Eritrea e prometteva di tenere le prime elezioni libere nel secondo paese più popoloso in Africa.

L’inizio della guerra

A novembre 2020 però il Presidente Abiy ha dato il via a un’offensiva contro le forze del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè) che aveva accusato di perseguire obiettivi insurrezionali e di essere traditrici della patria. Cosa era successo?

Premesso che l’Etiopia è un paese molto frammentato dal punto di vista etnico, i cui nove stati sono divisi su base grossomodo etnico-linguistica. Lo stato di Oromia è il più popoloso, con circa 33 milioni di abitanti. Lo stesso Abiy Ahmed è di etnia Oromo, che è una delle più marginalizzate del paese che, però, dal 1991 non aveva più avuto un Primo Ministro, a differenza dell’etnia tigrina che, benchè rappresentasse soltanto il 6% della popolazione etiope, ha sempre espresso il Primo Ministro in carica.

Ulteriore precisazione per cercare di capire le motivazioni del conflitto è che Abiy vinse le elezioni, dichiarando di voler favorire l’unità nazionale e creare una forte identità nazionale, con il sostegno dell’ “Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF)”, una coalizione di cui il TPLF era parte fondamentale.

Dopo l’elezione però, per consolidare la sua posizione nella coalizione, Abiy creò il il Prosperity party – un partito più facile da controllare, che riuniva tutte le componenti tranne il TPLF.

La crisi con il TPLF si acui dopo che a settembre 2020 il Tigray aveva svolto le elezioni regionali ritenendo incostituzionale il ritardo a causa del Covid delle elezioni nazionali, che dovevano tenersi in Agosto. Abiy non aveva riconosciuto quelle elezioni.

Il 24 ottobre doveva avvenire un cambio di comandante nel Comando del Nord, dal quale dipendono circa la metà delle Forze di Difesa etiopi. Gli ufficiali in carica, molti dei quali tigrini e con simpatie per il TPLF, rifiutarono di accogliere il nuovo comandante.

Come sempre, un pretesto, un attacco armato del TPFL ad una base militare etiope, causò la risposta di Abiy che ordinò attacchi aerei con lo scopo di sciogliere il governo della regione del Tigray.

Da subito l’escalation militare ha avviato un processo che è andato ineluttabilmente verso una guerra civile (come quella del 1974-1991) che ha forti possibilità di destabilizzare l’intero Corno d’Africa e i Paesi più vicini come Egitto e Sudan, con i quali le tensioni sono aumentate a causa della costruzione della diga di Gerd (Grand Ethiopian Renaissance Dam), che l’Etiopia vuole portare a compimento anche senza aver raggiunto con Sudan ed Egitto un accordo sullo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo.

La situazione umanitaria

Oggi la situazione umanitaria è disastrosa, con accuse da parte del governo al TPLF che utilizzerebbe bambini soldato dopo aver dato loro una droga, e dall’altra parte il popolo tigrino e i rifugiati eritrei, fatti oggetto di stupri, torture, massacri ed esecuzioni di massa, usati, insieme alla fame, come armi di una guerra che ha tutte le caratteristiche di un genocidio.

Cfr: http://tommasin.org/blog/2021-09-05/i-cadaveri-galleggiano-lungo-il-fiume-segni-di-genocidio-in-tigray

Di fronte ai 6,8 milioni di civili hanno un disperato bisogno di cibo, ai 70.000 rifugiati in Sudan, ai  2,2 milioni di sfollati interni, all’80% delle strutture sanitarie saccheggiate, alle decine di migliaia di civili massacrati e alle decine di migliaia di donne e bambine stuprate (Fonte dati: Account Twitter Tigray Italy) occorre trovare una soluzione immediata.

L’attenzione internazionale

Il Dipartimento di Stato USA ha avviato un processo legale per stabilire se effettivamente le notizie delle esecuzioni di massa e degli stupri siano il segno evidente di un genocidio in atto, ovvero, della volontà di “distruggere, in tutto o in parte sostanziale, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Una dichiarazione di genocidio vuol dire che quella guerra non è più un evento interno, è qualcosa che colpisce l’umanità intera e potrebbe, quindi, giustificare anche un intervento esterno.

Intanto il Presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni a tutti i criminali, di ogni fazione, autori di crimini di guerra e contro l’umanità, dall’ inizio della guerra in Tigray. Ci sarà inoltre anche una riforma ed un aggiornamento riguardo alla normativa sull’embargo di armi verso l’Eritrea e l’inserimento della stessa norma riguardante l’Etiopia.

Una evidente pressione degli Stati Uniti per il rispetto dei diritti umani, consentire l’ accesso dei convogli umanitari al Tigray e per cercare di far convergere su un tavolo di dialogo tutte le parti in causa incluse le truppe eritree e le milizie Amhara che stanno supportando l’esercito etiope.

Come gli Stati Uniti anche l’Unione Europea chiede fermezza (qui un approfondimento http://www.settimananews.it/informazione-internazionale/unione-europea-sulla-situazione-in-etiopia/ ) nel delinearsi di un quadro internazionale nel quale Il Premier Abiy ha preferito al supporto di Stati Uniti e UE quello di potenze emergenti, poco preoccupate dei diritti umani, come la Turchia, la Russia o la Somalia.

In questo quadro l’Italia non deve restare a guardare, nè limitarsi al solo tentativo di inviare convogli emergenziali. Ne va dell’unità e della stabilità dell’Etiopia, del Corno d’Africa e dell’intera regione.

Occorrono anche gesti politici significativi come, per esempio, sospendere quell’accordo di collaborazione nel settore della difesa da me firmato e reso esecutivo più tardi, quando già si cominciava ad intravedere la strada che stava prendendo il Paese.

Non basta favorire il dialogo, occorre una vera e propria iniziativa – composita – per la pace. Ce lo chiede anche la società etiope presente in Italia e ce lo obbliga la nostra umanità.

Quest’articolo è stato pubblicato su Formiche: https://formiche.net/2021/09/etiopia-guerra-crisi-italia/

Per approfondire

POLITICA ITALIANA

NOI – Nuovi Orizzonti per l’Italia

Oggi ho annunciato la mia candidatura per il seggio, alla Camera dei Deputati, a cui ha rinunciato l’Onorevole Manuela del Re.

La scelta di rimettermi in gioco, dopo l’esperienza al Ministero della Difesa, nasce dalla volontà di continuare a battermi per gli ideali che hanno da sempre animato la mia carriera politica iniziata come attivista del Movimento a 5 Stelle, ed ora in continuità con la volontà di riaffermarli nella realtà politica con cui lavoro da qualche mese, Italia dei Valori.

Parteciperò alle elezioni suppletive nel seggio uninominale del collegio di Primavalle con una lista rappresentata dal simbolo che ha come slogan: “NOI – NUOVI ORIZZONTI PER L’ITALIA”.

Questo simbolo rappresenta un contenitore che raccoglie tutte le idee e i pensieri di tutti coloro che non si riconoscono più nelle continue metamorfosi involutive registrate da diversi movimenti e partiti politici nazionali in cui tanti elettori non si riconoscono più.

Un nome Collettivo per un soggetto politico che vuole riunire tutti quelli che non si arrendono, quelli che mettono al centro di ogni decisione la persona umana e il bene di tutti, di quelli che pensano a “Noi” piuttosto che all’IO, di quelli che considerano il mondo e il proprio Paese come un corpo umano che sta bene solo quando tutte le sue parti sono in armonia.

Noi indica anche un patto tra generazioni perché quella attuale smetta di consumare il futuro di quelle che verranno.

Sarà il luogo di incontro di chi non ha paura di cercare soluzioni nuove a problemi vecchi, perché il mondo cambia e dobbiamo cambiare anche noi.

A tal fine, NOI intende mettere insieme l’esperienza degli anziani, la forza e concretezza degli adulti e, soprattutto, l’energia e libertà di pensiero dei giovani che dovranno tornare ad essere protagonisti della politica.

Cultura, Lavoro, Legalità, Libertà, Sostenibilità, Sviluppo, Sicurezza, Giustizia, sono i valori ispiratori di NOI, che avrà nella cassetta degli attrezzi, Competenza, Meritocrazia, Solidarietà, Pari opportunità, Equità.

NOI intende valorizzare il ruolo fondamentale dell’Italia nell’ambito del Mediterraneo allargato, in seno all’Unione Europea, alla Nato e all’intera Comunità Internazionale.

NOI riconosce l’Importanza del mantenimento di solide relazioni Multilaterali, rese ancora più forti da una chiara espressione degli interessi del Paese.

Eventi

Premio Internazionale Bonifacio VIII città di Anagni 2021

Il 9 luglio 2021 è stata per me una giornata significativa ho ricevuto dall’ Accademia Bonifaciana per avermi conferito il Premio Internazionale Bonifacio VIII città di Anagni 2021 intitolato “…Per una Cultura della Pace“. La Pace, un tema a me caro e che ho messo al centro del mio mandato da Ministro della Difesa. Nel discorso che ho tenuto in occasione della consegna del premio, ho affermato che la ricerca della pace debba essere al centro dell’attività di ogni politico o, come ci ha detto Papa Francesco, al centro della “BUONA POLITICA”.

Verità, giustizia, amore, libertà sono i quattro pilastri su cui si deve fondare un discorso sulla pace e il nostro futuro. #PensiamoilFuturo #ElisabettaTrenta

Giovanni XXIII – Pacem in Terris

La mia visione su Pace e Politica

Buongiorno a tutti,

È per me un grande onore ricevere il Premio Internazionale Bonifacio VIII Città di Anagni 2021 che accolgo con gioia e gratitudine e ringrazio il Presidente del Comitato scientifico, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Enrico dal Covolo, e il Grande Ufficiale Dott. Sante De Angelis, Rettore Presidente dell’Accademia Bonifaciana.

Saluto Il Sindaco di Anagni avv. Daniele Natalia, il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e le autorità civili, religiose e militari con le quali mi onoro di ricevere oggi questo premio.

“….Per una cultura della Pace”, tema del premio, è il tema che ho messo al centro del mio breve ma intenso mandato di Ministro della Difesa ed è il tema che io credo debba essere al centro dell’attività di ogni politico o, come ci ha detto Papa Francesco, al centro della BUONA POLITICA.

Nell’enciclica “Pacem in terris” Giovanni XXIII metteva a fondamento della pace i diritti umani universali (ed i corrispettivi doveri) e, tra questi, il diritto al lavoro, il diritto a una retribuzione “determinata secondo i criteri di giustizia”, il diritto a emigrare e immigrare, il diritto di prender parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune. Insieme ai diritti, verità, giustizia, amore, libertà erano i quattro pilastri su cui si deve fondare un discorso sulla pace

Non basterebbero solo queste considerazioni a un politico per svolgere un’azione portatrice di pace nelle sue varie dimensioni?

Sono quattro, principali dimensioni della pace:

La pace di ogni uomo con se stesso, quando è soddisfatto, vive con dignità, vede riconosciuto il proprio lavoro e le proprie aspirazioni, vive in una società giusta, in libertà e riconosce come propri i bisogni e le esigenze altrui fino a rendere partecipi gli altri dei propri beni, in una dimensione d’amore. Che bello sarebbe se ogni cittadino si sentisse in pace!

La pace che si sviluppa nel corpo della società, quando c’è giustizia, equità, parità di opportunità, rispetto delle minoranze, solidarietà e una convivenza ordinata perché è presente un’autorità capace di assicurare l’ordine e contribuire all’attuazione del bene comune.

Un’autorità che, diceva Papa Giovanni, non è una “forza incontrollata” ma la facoltà di comandare secondo ragione per la realizzazione del bene comune, quel bene che si realizza quando i poteri pubblici da una parte proteggono e dall’altra promuovono i diritti evitando il crearsi di situazioni di privilegio.

La pace che si sviluppa fra gli stati, quando le risorse sono distribuite in maniera equa nello spazio e gli stati riconoscono il bene comune universale che si realizza quando gli interessi di ogni singolo stato sono limitati da un generale interesse globale alla pace e allo sviluppo.

E infine

La pace che si sviluppa nel tempo, tra le generazioni, quando una generazione non consuma le possibilità di vita futura della generazione che segue.

Lo so, sono idealista quando penso che nel mondo perfetto, la buona politica, quella rivolta alla pace, dovrebbe andare tutta insieme nella stessa direzione.

Quando si rompe questo mondo ideale?

SI rompe quando la politica non è più ricerca della pace ma ricerca del potere, un potere che diventa denaro che serve a produrre altro potere e che a sua volta serve a produrre altro denaro.

Quando questa spirale coinvolge l’uomo, la società, lo Stato o la comunità internazionale, la pace non trova più casa.

Non c’è più ordine, non c’è più bellezza, non c’è più armonia, non c’è più equilibrio, non c’è più unità … non c’è più pace.

Con queste mie considerazioni però non voglio dire che la Pace sia un’utopia perché credo che la buona politica esista e sia quella di coloro che perseguono un potere molto particolare, quello di fare del bene e migliorare la vita delle persone , quello DI COLORO CHE  SANNO PRENDERSI CURA DEL PROSSIMO E DEL CREATO.

Lavorare per la pace è faticoso perché implica la capacità di ricercare continuamente un dialogo sociale e politico armonioso.

La pace non è mai data per sempre, ha bisogno di cura e attenzione, deve essere coltivata, ma occorre crederci, perché, e questo rende il tutto ancora più difficile, la pace esplode tutta insieme, oppure non è pace.

Auguro a tutti noi la pace più speciale: la pace del cuore!