POLITICA ITALIANA

NOI – Nuovi Orizzonti per l’Italia

Oggi ho annunciato la mia candidatura per il seggio, alla Camera dei Deputati, a cui ha rinunciato l’Onorevole Manuela del Re.

La scelta di rimettermi in gioco, dopo l’esperienza al Ministero della Difesa, nasce dalla volontà di continuare a battermi per gli ideali che hanno da sempre animato la mia carriera politica iniziata come attivista del Movimento a 5 Stelle, ed ora in continuità con la volontà di riaffermarli nella realtà politica con cui lavoro da qualche mese, Italia dei Valori.

Parteciperò alle elezioni suppletive nel seggio uninominale del collegio di Primavalle con una lista rappresentata dal simbolo che ha come slogan: “NOI – NUOVI ORIZZONTI PER L’ITALIA”.

Questo simbolo rappresenta un contenitore che raccoglie tutte le idee e i pensieri di tutti coloro che non si riconoscono più nelle continue metamorfosi involutive registrate da diversi movimenti e partiti politici nazionali in cui tanti elettori non si riconoscono più.

Un nome Collettivo per un soggetto politico che vuole riunire tutti quelli che non si arrendono, quelli che mettono al centro di ogni decisione la persona umana e il bene di tutti, di quelli che pensano a “Noi” piuttosto che all’IO, di quelli che considerano il mondo e il proprio Paese come un corpo umano che sta bene solo quando tutte le sue parti sono in armonia.

Noi indica anche un patto tra generazioni perché quella attuale smetta di consumare il futuro di quelle che verranno.

Sarà il luogo di incontro di chi non ha paura di cercare soluzioni nuove a problemi vecchi, perché il mondo cambia e dobbiamo cambiare anche noi.

A tal fine, NOI intende mettere insieme l’esperienza degli anziani, la forza e concretezza degli adulti e, soprattutto, l’energia e libertà di pensiero dei giovani che dovranno tornare ad essere protagonisti della politica.

Cultura, Lavoro, Legalità, Libertà, Sostenibilità, Sviluppo, Sicurezza, Giustizia, sono i valori ispiratori di NOI, che avrà nella cassetta degli attrezzi, Competenza, Meritocrazia, Solidarietà, Pari opportunità, Equità.

NOI intende valorizzare il ruolo fondamentale dell’Italia nell’ambito del Mediterraneo allargato, in seno all’Unione Europea, alla Nato e all’intera Comunità Internazionale.

NOI riconosce l’Importanza del mantenimento di solide relazioni Multilaterali, rese ancora più forti da una chiara espressione degli interessi del Paese.

Eventi

Premio Internazionale Bonifacio VIII città di Anagni 2021

Il 9 luglio 2021 è stata per me una giornata significativa ho ricevuto dall’ Accademia Bonifaciana per avermi conferito il Premio Internazionale Bonifacio VIII città di Anagni 2021 intitolato “…Per una Cultura della Pace“. La Pace, un tema a me caro e che ho messo al centro del mio mandato da Ministro della Difesa. Nel discorso che ho tenuto in occasione della consegna del premio, ho affermato che la ricerca della pace debba essere al centro dell’attività di ogni politico o, come ci ha detto Papa Francesco, al centro della “BUONA POLITICA”.

Verità, giustizia, amore, libertà sono i quattro pilastri su cui si deve fondare un discorso sulla pace e il nostro futuro. #PensiamoilFuturo #ElisabettaTrenta

Giovanni XXIII – Pacem in Terris

La mia visione su Pace e Politica

Buongiorno a tutti,

È per me un grande onore ricevere il Premio Internazionale Bonifacio VIII Città di Anagni 2021 che accolgo con gioia e gratitudine e ringrazio il Presidente del Comitato scientifico, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Enrico dal Covolo, e il Grande Ufficiale Dott. Sante De Angelis, Rettore Presidente dell’Accademia Bonifaciana.

Saluto Il Sindaco di Anagni avv. Daniele Natalia, il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e le autorità civili, religiose e militari con le quali mi onoro di ricevere oggi questo premio.

“….Per una cultura della Pace”, tema del premio, è il tema che ho messo al centro del mio breve ma intenso mandato di Ministro della Difesa ed è il tema che io credo debba essere al centro dell’attività di ogni politico o, come ci ha detto Papa Francesco, al centro della BUONA POLITICA.

Nell’enciclica “Pacem in terris” Giovanni XXIII metteva a fondamento della pace i diritti umani universali (ed i corrispettivi doveri) e, tra questi, il diritto al lavoro, il diritto a una retribuzione “determinata secondo i criteri di giustizia”, il diritto a emigrare e immigrare, il diritto di prender parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune. Insieme ai diritti, verità, giustizia, amore, libertà erano i quattro pilastri su cui si deve fondare un discorso sulla pace

Non basterebbero solo queste considerazioni a un politico per svolgere un’azione portatrice di pace nelle sue varie dimensioni?

Sono quattro, principali dimensioni della pace:

La pace di ogni uomo con se stesso, quando è soddisfatto, vive con dignità, vede riconosciuto il proprio lavoro e le proprie aspirazioni, vive in una società giusta, in libertà e riconosce come propri i bisogni e le esigenze altrui fino a rendere partecipi gli altri dei propri beni, in una dimensione d’amore. Che bello sarebbe se ogni cittadino si sentisse in pace!

La pace che si sviluppa nel corpo della società, quando c’è giustizia, equità, parità di opportunità, rispetto delle minoranze, solidarietà e una convivenza ordinata perché è presente un’autorità capace di assicurare l’ordine e contribuire all’attuazione del bene comune.

Un’autorità che, diceva Papa Giovanni, non è una “forza incontrollata” ma la facoltà di comandare secondo ragione per la realizzazione del bene comune, quel bene che si realizza quando i poteri pubblici da una parte proteggono e dall’altra promuovono i diritti evitando il crearsi di situazioni di privilegio.

La pace che si sviluppa fra gli stati, quando le risorse sono distribuite in maniera equa nello spazio e gli stati riconoscono il bene comune universale che si realizza quando gli interessi di ogni singolo stato sono limitati da un generale interesse globale alla pace e allo sviluppo.

E infine

La pace che si sviluppa nel tempo, tra le generazioni, quando una generazione non consuma le possibilità di vita futura della generazione che segue.

Lo so, sono idealista quando penso che nel mondo perfetto, la buona politica, quella rivolta alla pace, dovrebbe andare tutta insieme nella stessa direzione.

Quando si rompe questo mondo ideale?

SI rompe quando la politica non è più ricerca della pace ma ricerca del potere, un potere che diventa denaro che serve a produrre altro potere e che a sua volta serve a produrre altro denaro.

Quando questa spirale coinvolge l’uomo, la società, lo Stato o la comunità internazionale, la pace non trova più casa.

Non c’è più ordine, non c’è più bellezza, non c’è più armonia, non c’è più equilibrio, non c’è più unità … non c’è più pace.

Con queste mie considerazioni però non voglio dire che la Pace sia un’utopia perché credo che la buona politica esista e sia quella di coloro che perseguono un potere molto particolare, quello di fare del bene e migliorare la vita delle persone , quello DI COLORO CHE  SANNO PRENDERSI CURA DEL PROSSIMO E DEL CREATO.

Lavorare per la pace è faticoso perché implica la capacità di ricercare continuamente un dialogo sociale e politico armonioso.

La pace non è mai data per sempre, ha bisogno di cura e attenzione, deve essere coltivata, ma occorre crederci, perché, e questo rende il tutto ancora più difficile, la pace esplode tutta insieme, oppure non è pace.

Auguro a tutti noi la pace più speciale: la pace del cuore!

Crisi Internazionali, Geopolitica, IDV, Immigrazione, POLITICA ITALIANA

Immigrazione, nessuno slogan potrà aiutarci ad affrontare la sfida

Qualche giorno fa ho letto un’interessante intervista dell’ammiraglio Fabio Agostini, comandante di Irini, che mi offre uno spunto importante per un commento sulla questione immigratoria.

EUNAVFOR MED Irini e i suoi compiti

Nel corso dell’intervista, di fronte a notizie che riportano maltrattamenti da parte della guardia costiera libica nei confronti dei migranti, l’Ammiraglio, senza commentare il fatto, evidenzia che mai si sono riportati comportamenti del genere quando la formazione della Guardia costiera libica è stata gestita  dall’Italia nell’ambito dell’operazione Sophia e afferma che l’Europa è pronta a riprendere l’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica, nonostante le “influenze politiche in Libia da parte di Paesi esterni all’Ue” siano di ostacolo.

Una frase giustamente diplomatica detta da parte dell’Ammiraglio, che sta svolgendo un compito difficile in un momento delicato per tutto il Mediterraneo, e che ringrazio per la sua professionalità e il suo impegno, che mi piace specificare in maniera un po’ più diretta evidenziando che oggi l’Italia e l’Europa sono state sostituite nell’addestramento della Guardia Costiera libica da parte della Turchia. 

Posso personalmente testimoniare che quando eravamo noi a formarli abbiamo ricevuto il plauso di IOM  (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiti) proprio perché la nostra formazione includeva anche corsi sui diritti umani o sul gender.

Io stessa partecipai alla chiusura del “gender training partecipato” il 30 novembre 2018 (vedi foto e video della giornata).

https://fb.watch/v/6NHiW8aIw/ (Video della giornata)

L’Italia e il Mare Nostrum

Ma veniamo all’oggi e veniamo alla politica che, spesso, irresponsabile, non si rende conto che alcuni errori fatti in politica estera si pagheranno per sempre. 

E’ di pochi giorni fa la notizia che Orfini (PD) abbia espresso contrarietà alla collaborazione con la Guardia costiera con l’accusa di “respingimenti illegali”. Forse Orfini preferisce lavarsi le mani rispetto alla questione migratoria (cosa che mi sembra stia riuscendo benissimo) e lasciare che siano altri a prendersi la responsabilità di quelli che lui chiama respingimenti e, a quel punto, facendo finta di non sapere cosa succede, non sarà più affare nostro. 

Vorrei ricordare:

  • che il MARE NOSTRUM, che sta diventando sempre più “Mare eorum”, dovrebbe essere prima di tutto interesse dell’Italia, penisola completamente circondata da esso;
  • che la difesa dei diritti dei migranti che spesso trovano la morte nel mediterraneo dovrebbe essere prima di tutto un interesse nostro (Sophia se ne occupava veramente e può farlo, attraverso la formazione, anche Irini);
  • che la gestione della crisi migratoria dal nord Africa dovrebbe essere interesse dell’Italia prima che di ogni altro. 

Vorrei ricordare che la Turchia, che ha appena avuto conferma dall’Europa che avrà altri 6 miliardi di Euro per fermare i migranti a est, potrebbe magari in futuro, se resta dov’è (in Libia) gestire qualche altro miliardo e, a quel punto, saremo nelle mani di chi potrà aprire i rubinetti di un’immigrazione che potrebbe sfuggirci di mano.

L’Italia deve decidere di occuparsi del proprio interesse nazionale, alla pace, allo sviluppo, alla sicurezza, prendendo posizione direttamente e coinvolgendo l’Europa, ma senza delegare ad altri. 

La nostra sfida: affrontare la complessità

Chi parla di blocco navale o affondare i barconi parla alla pancia delle persone ma sa che sta proponendo soluzioni eticamente e giuridicamente sbagliate, non utili, non praticabili e non sostenibili.

Allo stesso modo chi pensa di gestire tutto semplicemente, delegando a qualcun altro il nostro lavoro, sta suggerendo una soluzione ipocrita; chi pensa di risolvere il problema come nel passato creando un sistema di accoglienza finta, che foraggia molti amici ma non può essere una soluzione, diventa parte del problema.

Una sfida complessa come quella migratoria, e come quella che oggi viviamo nel Mediterraneo, ha bisogno di soluzioni complesse con le quali “sporcarsi le mani” e prendersi responsabilità. Italia dei Valori è pronta a lavorare insieme a chi vuole rivolvere un problema complesso senza slogan  e solo dopo averlo studiato e compreso e, soprattutto, con bene in mente il nostro interesse nazionale ed europeo che è parte integrante di un più generale interesse alla Pace, alla Stabilità e allo sviluppo globale sostenibile. 

Approfondimento:

Per approfondire i compiti di Eunavformed Irini

Per leggere l’articolo completo di novanewes sull‘intervista con l’Ammiraglio Agostini

Crisi Internazionali, Crisi Israelo Palestinese, Geopolitica

Escalation a Gaza: l’inutile sfogo di una generazione in estinzione

17maggio – In questi giorni una delle maggiori potenze militari della Terra si confronta con un non stato, una striscia di sabbia di 400 km quadrati, dove abitano circa 2 milioni di palestinesi, semplici cittadini, disperati, civili inermi e terroristi. Parliamo di Gaza, diventata ormai una prigione a cielo aperto, da quando, dopo la vittoria di Hamas su Fatah nel 2007, il Security Cabinet Israeliano l’ha dichiarata una entità ostile e ha considerato i suoi abitanti ‘nemici stranieri‘, sottoponendola poi a un rigido embargo. Per comprendere ciò che sta succedendo bisognerebbe ripercorrere la storia convulsa di cento anni (era il 1922) di promesse tradite verso la #Palestina, ma forse avrebbe più senso ricollocare questo secolo nella storia millenaria più convulsa ancora e senza mai Pace della #Terrasanta, e più indietro fino ai fenici e agli assiri.

https://www.remocontro.it/2020/09/06/gaza-prigione-a-cielo-aperto-la-guerra-contro-i-bambini/

Si tratta di una terra di congiunzione fra diverse culture dove non c’è un momento nella storia in cui siano mancati momenti drammatici, che tornano alla mente nei momenti di crisi alimentando l’odio sia tra i Palestinesi sia tra gli Israeliani.

Così è successo anche pochi giorni fa, quando un gruppo israeliano, spinto da motivazioni ideologiche e non certo in buona fede, ha attaccato il quartiere storico di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, per rientrare in possesso di alcune case che erano state occupate dagli ebrei prima del 1948, non riconoscendo il diritto dei Palestinesi che si sono trasferiti lì dopo che erano stati espulsi da Gerusalemme ovest.

I disordini che ne sono nati sono stati gestiti male e poco dalle forze di sicurezza israeliane, e con pochissimo equilibrio.

E non era in buona fede neanche chi fra i terroristi di Hamas e della Jahd palestinese si era dotato in anticipo di migliaia di razzi a Gaza. Probabilmente non era in buona fede neanche chi in Israele si è fatto sfuggire l’entrata di almeno duemila razzi a media/ lunga gittata nel territorio di Gaza, dall’Egitto o dal mare, e poi la loro messa a deposito in una striscia piana di pochi metri quadri. Una strana svista per il Mossad e Tsahal israeliano.

Il risultato è un continuo scambio di fuoco che sta portando la guerra fra il piccolo “non stato” iperarmato e il potente Stato, così incredibilmente sguarnito, entrambi noncuranti degli effetti del loro sparare sulle popolazioni civili proprie e di controparte.

Occorre fermare questa escalation che non porterà a null’altro che a una guerra di distruzione e morte per poi condurre alle stesse discussioni cui si potrebbe giungere subito, senza massacrare innocenti.

Ne ha parlato anche PapaFrancesco che ha fatto un appello, dicendo che la morte dei bambini , terribile e inaccettabile, è segno che non si voglia costruire il futuro, ma lo si voglia distruggere. Dice:

Mi chiedo: l’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro? In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro faccio appello alla calma e, a chi ne ha responsabilità, di far cessare il frastuono delle armi e di percorrere le vie della pace, con l’aiuto della Comunità Internazionale.”

Papa Francesco
https://www.remocontro.it/2020/09/06/gaza-prigione-a-cielo-aperto-la-guerra-contro-i-bambini/

Se si approfondisce l’analisi di ciò che sta succedendo si comprende, però, che la situazione di Israele e Palestina è il culmine del degrado di un processo generazionale. Infatti sia Benjamin Netanyahu “Bibi” in Israele sia Mahmoud “Abu Mazen” Abbas in Palestina, sono gli ultimi esponenti di quella prima generazione testimone della divisione a tavolino del ’48 e delle guerre arabe, la generazione che ha combattuto e poi trattato e che, per lungo tempo, ha pensato di poter vincere cancellando l’avversario, prima di comprendere, con lentezza e contraddizioni, che esiste la possibilità di un compromesso.

Sia Bibi sia Abu Mazen sono spinti dai vecchi istinti e sono concentrati più sulla conquista del territorio che sulla sua buona gestione. Anche se ormai le condizioni sono cambiate, la militarizzazione è rimasta un must per entrambe le fazioni che continuano a ricevere fiumi di finanziamento: Israele da parte dei grandi gruppi finanziari e bancari con riferimento ebraico negli USA e i gruppi palestinesi, per mezzo dei fondi sovrani delle grandi monarchie islamiche, e fra queste, in particolare, i Paesi del Golfo. Proprio questi fiumi di soldi facili sono divenuti il veicolo principale della #corruzione e lo strumento per il #riarmo tecnologico, utile soprattutto alla difesa, per evitare, per quanto possibile, la guerra. Fa parte di queste opzioni anche il sistema antimissile Iron Dome israeliano, ormai vecchio di dieci anni, che intercetta ogni pericolo al cielo di Israele al modico costo di 50.000 dollari a colpo.

Abu Mazen e Netanyahu

Però, proprio questi problemi che permangono da almeno venti anni hanno fatto crescere, all’ombra della #generazioneanziana, una #nuovagenerazione dirigente, che ha raggiunto posizioni importanti e ricchezza, ed è pronta a sostituire la vecchia. Una generazione cresciuta in un Paese a due teste, un Paese in mobilitazione perenne e ossessionato dalla sicurezza, inondato ciascuno per propria parte da fiumi di denaro, e con interessanti potenzialità economiche e finanziarie.

Un Paese però malgovernato, con fortissime differenze economiche fra classi privilegiate urbane e aree agricole isolate. Un Paese in cui le classi sociali sono separate lungo linee etniche religiose, che si traducono in differenze di diritti, anche costituzionali. Divieti di spostamenti, divieti di matrimoni misti, polizia e esercito reclutati su base etnico-religiosa e via dicendo, come solo una occupazione militare può immaginare, ma con dettagli che scadono ormai in un rischio crescente di autentico apartheid nel medesimo Stato e nei medesimi territori.

Gli esponenti della generazione che ha combattuto e giurato distruzioni, difficilmente potranno eliminare i muri, cosa che invece potranno fare quelli della generazione successiva che è cresciuta in un mondo fatto di opportunità. Ecco che, nel giro di qualche settimana, ad esempio, Israele è chiamata a formare un nuovo governo con Lapid e Bennett, aperto per la prima volta ai rappresentanti eletti degli arabi israeliani.

https://www.remocontro.it/2020/09/06/gaza-prigione-a-cielo-aperto-la-guerra-contro-i-bambini/

Ma una rivoluzione non dissimile da quella di Lapid è quella che sta per affrontare l’ANP. Come si sa l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen nel 2006 perse in maniera cruenta il controllo della Striscia di Gaza (i rappresentanti ANP vennero trucidati) ad opera degli estremisti del movimento Hamas, corrispondenti locali della setta egiziana dei Fratelli Mussulmani che, di lì a poco, avrebbe preso il potere nello stesso Egitto. Dopo anni di estremismo e attività para-terroristiche, che li ha portati vicini all’Iran e ai gruppi sciiti libanesi, ultimamente Hamas (o meglio, elementi moderati di Hamas) era riuscito a riavvicinarsi a ANP, a concordare una data comune per le prossime elezioni, ottenere che l’ANP così definita potesse ricevere il riconoscimento di osservatore ONU (anche dall’Italia, e dal Vaticano). Rinviate per il Covid, queste elezioni comuni avrebbero dovuto svolgersi a breve, questo mese, e comunque rinviate dovrebbero cadere prossimamente. Un appuntamento così fondamentale che persino Marwan Barghouti, il leader storico della resistenza palestinese, dal suo carcere di massima sicurezza in Israele, ha fatto sapere di voler partecipare.

Ora al termine di questa descrizione si capirà che in una situazione così complessa, in cui una generazione politica comprende al di là di ogni dubbio di trovarsi a gestire gli ultimi mesi del proprio potere, la caduta accidentale di un fiammifero capace di causare un grande incendio, sia quasi un rischio inevitabile ma sia anche l’inutile sfogo di una generazione in estinzione.

Elisabetta Trenta

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