Discorso di Elisabetta Trenta al Convegno “𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐚 – 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨” svoltosi a Isola Capo Rizzuto sabato 25 ottobre 2025, organizzato dalla Fondazione Forum della Dottrina Sociale della Chiesa e moderato dal giornalista Francesco Verderame. COn la partecipazione di Monsignor Fusco, del senatore Luigi Vitali, del professor Mauro Alvisi e del presidente di Libertà è Democrazia, Arch. Affatato.
La CURA, il filo rosso tra donne e politica
Parlare di donna e politica, oggi, significa parlare di futuro e libertà. C’è un filo rosso che lega queste due parole: la cura.
E le donne, quando entrano davvero nella politica, portano con sé la capacità di 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐮𝐜𝐢𝐫𝐞 ciò che è stato lacerato.
Politica nuova è metodi diversi
Una 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 non è fatta di volti nuovi, ma di 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢. Non nasce dalla forza, ma dalla 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚. Non dal comando, ma dal 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨. Non dal calcolo, ma dal senso di 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀. Le donne non devono entrare nella politica degli uomini: devono cambiare il modo di farla. Perché la loro presenza non è questione di quote, ma di qualità. Le donne non fanno la politica del consenso, fanno la politica del senso, del significato, non del vantaggio.
Politica nuova e democrazia
U𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚. Viviamo un tempo in cui lo spazio democratico si restringe: il Parlamento conta sempre meno, il potere si accentra, e il dissenso viene percepito come un ostacolo. Tutto questo accade in nome dell’efficienza e della velocità. Eppure la democrazia non è efficiente: è lenta, faticosa, difficile, ma è proprio questa fatica a renderla umana. Difendere la democrazia significa avere coscienza del potere e sapere che ogni decisione presa in fretta o ogni regola piegata è una ferita alla libertà. E qui 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚: 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Contro le mafie del territorio
Il titolo dell’evento aggiungeva un’altra parola chiave: “𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨”. Perché le mafie non sono solo organizzazioni criminali: sono una mentalità, la cultura della convenienza, dell’omertà, del “così fan tutti”. Le mafie si annidano nelle coscienze, e per sconfiggerle serve un risveglio civile. E chi può generarlo, se non le donne? Le donne che insegnano, amministrano, crescono figli, presidiano le comunità. 𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐨 𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨, 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞. Una politica nuova è quella che non promette ma costruisce, che non si lascia intimidire dai poteri locali ma li sfida con la forza della trasparenza.
Serve una politica che non divida ma unisca,
che non gridi ma spieghi,
che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza.
Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.
Perché, come amo ricordare,
𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.
Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.
Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.
La politica esigente
Ecco perché la politica delle donne non è “più gentile”: è più esigente. Perché chiede 𝐜𝐨𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀. La politica deve tornare ad avere 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞. Deve saper guardare avanti, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐦𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨. E ancora una volta le donne hanno questo sguardo naturale verso il futuro: costruiscono ogni giorno, con pazienza e responsabilità.
La politica bella
Serve una politica che non divida ma unisca, che non gridi ma spieghi, che non tema il conflitto ma rifiuti la violenza. Una politica fatta di donne e uomini che scelgono la luce, che resistono al cinismo e alla paura, che continuano a credere nella possibilità di un Paese migliore.
Perché, come amo ricordare, 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.
E la politica bella è quella che, ogni giorno, resiste alla menzogna, al potere cieco e all’indifferenza, continuando a credere nel futuro.
Grazie a chi ha organizzato e partecipato, a chi crede ancora che la legalità non sia una parola, ma un impegno quotidiano.
Isola Capo Rizzuto ci ha ricordato che la politica può essere ancora bella, libera e giusta.
PS: So bene che ogni generalizzazione è una semplificazione e che il mondo è pieno di donne che imitano gli uomini ed adottano stili di leadership prettamente maschili. Queste riflessioni vogliono essere un invito a non farlo, proprio per non perdere quella ricchezza che ci contraddistingue.
Di Elisabetta Trenta – Intervento tenuto al #ForumPA il 21 maggio 2025 su invito di PicTrue
Da sin: Emanuele Gentili, Founder & Director di TS-Way, Diego de Renzis, CEO & Co-Founder di Think2Future, Elisabetta Trenta, Direttrice Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale, Università Pegaso.
Se non possiamo più credere ai nostri occhi, a cosa potremo credere?
Il tema della verità delle immagino tocca nel profondo la nostra percezione della realtà e, con essa, la nostra democrazia, la nostra libertà, la nostra sicurezza.
Infatti è in base alla percezione della realtà, più che la realtà stessa, che noi pensiamo, prendiamo le nostre decisioni e anche votiamo o non votiamo.
Viviamo un tempo strano, quasi paradossale. Un tempo in cui abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma facciamo sempre più fatica a distinguere il vero dal falso.
Siamo immersi in quella che potremmo chiamare “l’età del dubbio”. Ma questo dubbio non è solo una questione intellettuale.
È un dubbio strutturale, che mina la fiducia nelle istituzioni, nella stampa, nella politica, perfino nella realtà che vediamo con i nostri occhi.
La disinformazione non è un errore. È un’arma.
Per disinformazione infatti intendiamo la diffusione intenzionale di notizie false o distorte, con l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica, creare confusione o influenzare decisioni politiche e sociali. È un’arma silenziosa che mina la fiducia e indebolisce la democrazia.
Oggi la disinformazione non è più solo un problema giornalistico, né solo un fenomeno virale sui social. È un sistema, costruito per manipolare, dividere, destabilizzare. È parte integrante delle strategie di potenze ostili, gruppi estremisti, reti criminali, ma anche, a volte, di attori statali che vogliono condizionare le nostre democrazie dall’interno.
Pensiamo ai deepfake, immagini o video completamente falsi ma incredibilmente realistici. Bastano pochi secondi per diffondere un finto discorso di un leader politico, una protesta che non è mai avvenuta, un crimine che non è mai accaduto. E nel tempo che impieghiamo a verificare l’autenticità, il danno è già fatto.
Ma andiamo oltre e parliamo di un concetto ancora più insidioso: la guerra psicologica. Non si tratta più di conquistare territori, ma di conquistare menti.
Non si bombarda con i missili, ma con le emozioni: la paura, l’indignazione, il sospetto.
E poi c’è la guerra cognitiva: una strategia più sottile e continua.
Non mira a farci credere qualcosa di specifico, ma a farci smettere di credere a qualsiasi cosa. A convincerci che non esiste più una verità, ma solo versioni. Che tutto è manipolabile, tutto è relativo.
Quando la verità diventa opinione, la democrazia si indebolisce.Quando non crediamo più a nulla, diventiamo facilmente manipolabili.
È la dissoluzione della fiducia collettiva.
Le conseguenze di questo stato sono profonde:
La paura cresce. La gente si chiude, si radicalizza, cerca nemici.
La partecipazione democratica cala. Non ci fidiamo più di nessuno, non votiamo, non ci impegniamo.
La coesione sociale si frantuma. L’altro diventa sospetto. La verità, una provocazione.
E intanto, mentre noi ci dividiamo, chi vuole indebolire le nostre democrazie conquista terreno.
Ma c’è una risposta. E non è solo culturale o politica. È anche tecnologica. La tecnologia che crea il dubbio può anche fugare la nebbia. E qui entra in gioco Pictrue, piattaforma italiana utile per certificare l’autenticità delle immagini e dei video, utile a restituire certezza a ciò che vediamo.
Riuscire a dare certezza di un’immagine o un video significa dare strumenti ai giornalisti, alle istituzioni, ai cittadini per difendersi.
Significa iniziare a ricostruire quella fiducia collettiva che la disinformazione ha tentato di distruggere.
Voglio concludere dicendo che
La lotta alla manipolazione digitale non è solo una questione tecnica. È una battaglia culturale e democratica.
Difendere la verità delle immagini è oggi un atto politico, un atto di responsabilità.
Se non possiamo più credere a ciò che vediamo, a cosa potremo credere?
Ecco perché strumenti come Pictrue non sono solo innovazione. Sono resistenza democratica. E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.
Elisabetta Trenta, Diego de Renzis, Emanuele Gentili
Lo sciopero della fame dell’anarchico Alfredo Cospito per essere sottratto alla pena del 41 bis, ha assunto in questi giorni un peso incredibile sul governo, anche grazie agli di due esponenti di Fratelli d’Italia il sottosegretario alla Giustizia Delmastro delle Vedove ha rivelato infatti al deputato, vicepresidente del Copasir e coordinatore di FdI, Giovanni Donzelli, informazioni che quest’ultimo ha diffuso in aula ma che, come scritto dal Dipartimento Affari Penitenziari (DAP) in una email, sebbene non secretate, erano “Dati non divulgabili e non cedibili a terzi”.
Un errore di questo genere è inammissibile, in particolare, quando sia stato fatto non per fare chiarezza su una vicenda oscura, ma per attaccare un partito della minoranza, accusato di stare dalla parte della mafia soltanto perché alcuni parlamentari del Partito Democratico hanno fatto ciò che un parlamentare può e deve fare: andare a visitare un carcerato per conoscerne le condizioni di reclusione, soprattutto dopo più di 100 giorni di sciopero della fame.
Intanto gli anarchici accompagnano lo sciopero di Alfredo Cospito con azioni eversive che, per ora, non hanno avuto esito grave, ma avrebbero potuto averlo.
Cospito invece, dichiara ai mafiosi che lui non sta combattendo per se stesso, ma per tutti coloro che sono al 41bis e contro anche l’ergastolo ostativo.
Ma torniamo ai dati incautamente diffusi. L’onorevole Donzelli ha fornito dettagli sui colloqui tra Cospito e alcuni detenuti al 41bis per mafia, Francesco di Maio, boss dei Casalesi, Francesco Presti , killer della ‘Ndrangheta e Pietro Rampulla, mafioso di Cosa Nostra, che avrebbe dovuto far partire l’esplosivo della strage di Capaci al posto di Brusca. Dalle conversazioni si comprende che i mafiosi invitano Cospito a proseguire in una battaglia che è anche la loro: distruggere il regime del 41 bis.
I dati diffusi dovevano arrivare in un plico consegnato a mano al Ministero come “𝑅𝑖𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑡𝑖” e cioè mostrabili ai soli destinatari, ma poiché c’era fretta di riceverli, per poterli mandare per email ordinaria, sono stati inviati con una nota del DAP che li classifica come “𝑎 𝑑𝑖𝑣𝑢𝑙𝑔𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑎”, ovvero che devono restare all’interno dell’amministrazione che li riceve.
Insomma, i due esponenti di Fratelli d’Italia non sono giustificati per avere fornito quelle informazioni e questo pretenderebbe da parte di Giorgia Meloni una decisione che li sollevasse dal loro incarico. D’altra parte, se è vero che lo stato non deve trattare con mafiosi, terroristi o criminali e, allo stesso modo, occorre la stessa durezza anche con chi nel proprio partito, sbagliando, rischia di compromettere la sicurezza del Paese.
La situazione è ora assai complicata perché il governo non può permettere che Alfredo Cospito muoia, ma anche costringerlo con la forza ad interrompere lo sciopero della fame non è semplice; Lo Stato, però, non può e non deve cedere alla violenza e alla minaccia della stessa.
Foto dal web
Il 41 bis è stato firmato per Cospito nel maggio del 2022 dal ministro Cartabia perchè si era evidenziato che dal carcere pubblicava articoli che incitavano all’eversione.
E’ un momento pericoloso perchè ci sono indicatori che si stiano cominciando a connettere il mondo dell’antagonismo e dell’anarchismo, anche per via del comune antifascismo, insieme ad alcune istanze della mafia.
Non è il momento per uno stato debole. Ma qual’è l’essenza della forza dello Stato?
Lo Stato è forte quando rispetta la propria Costituzione, le proprie Leggi e le finalità per le quali sono state concepite.
Dunque, è appropriato analizzare se il caso di Alfredo Cospito rendesse necessario l’applicazione del 41 bis ed è giusto chiedersi se il 41 bis sia ancora il regime carcerario giusto per quegli appartenenti all’Anonima sarda sequestri che vi sono sottoposti. Quella organizzazione non esiste più da decenni, dunque, a quale organizzazione di appartenenza potrebbero i suoi ex aderenti inviare indicazioni e comandi dal carcere?
Per questo, occorre ben distinguere chi debba essere sottoposto al 41 bis, e chi invece possa essere detenuto in condizioni migliori.
Questo con due obiettivi:
Mantenere il 41 bis come strumento prezioso per la lotta al terrorismo ed alla mafia
Rispettare l’art 27 della Costituzione per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione”.
Per quanto riguarda le condizioni di Alfredo Cospito, è possibile e opportuno salvarlo anche contro il suo desiderio attraverso l’alimentazione forzata. Esistono diverse sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) che, di fatto, obbligano gli Stati ad intervenire anche contra iure interno (per esempio nel caso Rapazz. contro Svizzera) qualora lo sciopero della fame sia finalizzato alla richiesta di liberazione da parte di un detenuto.
Inoltre, la Corte europea ha affermato che “le autorità interne non possono rimanere inerti in casi di questo tipo, dovendo invece provvedere a verificare le condizioni psico-fisiche del soggetto, nonché ad individuare le ragioni che hanno mosso il detenuto a scioperare“.
Intanto, al 107° giorno di sciopero della fame, il detenuto ha espresso la sua volontà di non essere alimentato artificialmente se le sue condizioni dovessero peggiorare fino a ridurlo ad uno stato di incoscienza.
Alfredo Cospito però deve essere salvato, in primo luogo come uomo, in secondo luogo perchè nessuno dovrebbe morire di carcere e, non ultimo, per non fare di lui un martire, cosa che, in questo momento, sarebbe assolutamente inopportuna.
Poco Gas, il freddo che arriva e le decisioni difficili
Qualche giorno fa la Russia ha chiuso i rubinetti di Nord Stream per fare pressioni contro le sanzioni e l’Europa tutta si prepara al freddo inverno senza sapere bene come sostituire il gas russo. Intanto i prezzi sono ricominciati a salire e le compagnie petrolifere guadagnano bene.
Lo stop al gas da parte russa probabilmente non è solo un effetto delle sanzioni, ma anche una risposta alla proposta del tetto al prezzo del gas. Lo scontro è altissimo. Il futuro energetico non è mai stato così incerto.
L’import di gas naturale dell’UE
Prima della guerra l’Europa importava il 40-45% del gas dalla Russia. Neanche i 20 paesi dell’OPEC tutti insieme raggiungevano questa percentuale (erano al 33%). Subito dopo veniva la Norvegia (con circa 20%), l’Algeria con il 10% e vari fornitori minori (Libia, Azerbaijan, Qatar). Nel tempo l’UE aveva anche cominciato ad importare GNL – Gas Naturale Liquefatto – tra il 5 e il 10% del mix energetico .
Dopo la guerra il rapporto tra GNL e gas russo importato si è ribaltato: la quota di export di gas naturale della Russia è scesa al 15 % (-30 % di quota di mercato) e l’Europa compensa quasi totalmente con il GLN che arriva soprattutto dagli Stati Uniti, con i quali l’UE ha raggiunto un accordo per la fornitura di 15 miliardi di metri cubi di GNL nel 2022.
Per il resto nell’UE non è cambiato molto. Infatti l’Algeria sta fornendo all’Italia una maggiore quantità di gas avendolo però sottratto alla Spagna per motivi politici; la Spagna invece sta acquistando una maggiore qualità di GNL.
In Italia la dipendenza dal gas della Russia era circa il 45-50%. Come per l’Europa, al momento questo valore è sceso un po’ sopra al 15% mentre è aumentato l’export dall’Algeria che è diventata il primo fornitore.
Inoltre è entrato in funzione il Trans Adriatic Pipeline (TAP), parte del Corridoio Sud del Gas (Southern Gas Corridor), che trasporta il gas naturale in Europa dal giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan.
Il Tap è entrato in funzione lo scorso anno e fornisce circa il 15% del consumo italiano.
Per quanto riguarda i rigassificatori, e in generale i progetti energetici, in Italia sono sempre “variabili” trovando molta opposizione da parte della popolazione nel momento in cui devono essere collocati sul territorio. Gli impianti funzionanti sono tre, La Spezia, Livorno e Rovigo. Ne sono poi previsti due di terra e due su nave. Quelli di terra sono Porto Empedocle (Agrigento, Sicilia), per il completamento del quale i finanziamenti sono stati sbloccati ad aprile 2022 e Gioia Tauro, e due galleggianti, con due navi da posizionarsi a Ravenna e Piombino, dove c’è grande opposizione perché la nave dovrebbe essere posizionata in porto.
Si discute inoltre di un ulteriore rigassificatore a Oristano (Sardegna), e di ulteriori due navi rigassificatrici a Portovesme (Carbonia-Iglesias e Porto Torres (Sassari).
Nonostante l’Italia sia riuscita a limitare la sua dipendenza dal gas russo, se la Russia interrompesse totalmente le forniture, il Paese sarebbe in grandissima difficoltà. Infatti più della metà dell’energia prodotta in Italia viene dal gas (contro il 25% in Germania) a causa di una transizione energetica più lenta che rende il nostro mercato dell’energia molto più sensibile alle variazioni del prezzo del gas.
Il costo dell’energia è passato da 20 euro a megawattore a un picco di quasi 350. Un aumento vertiginoso dovuto soprattutto all’ eccesso di domanda anche se esiste una componente speculatoria.
Infatti il gas russo è più del 10% del gas mondiale. Sottrarlo dal mercato non può non far impennare i prezzi. Si pensi che la crisi energetica del 1973 avvenne in seguito alla decisione dell’Opec di ridurre la produzione di greggio del 7%. In Italia questo causò il varo da parte del governo Rumor del decreto “Austerity” (22 novembre 1973), che comprendeva una serie di provvedimenti per risparmiare dell’energia, come il blocco alla circolazione delle auto di domenica, l’abbassamento della temperatura degli impianti di riscaldamento, la chiusura anticipata di negozi e uffici.
Oggi l’Europa riesce ad avere ancora un po’ di gas perché sta pagando di più il GNL e le navi che lo contengono vengono riorientate verso di noi, ma i paesi più poveri restano senza e vanno in crisi energetica: lo Sri Lanka è quasi fallito, il Pakistan non riesce a generare elettricità e il Bangladesh sarà il prossimo a trovarsi in serissime difficolta.
Cosa vuol dire imporre il tetto al prezzo del gas
Quando si parla di tetto al prezzo del gas si possono intendere due provvedimenti di tipo diverso che dovrebbero servire, da una parte, ad abbassare il prezzo dell’energia per proteggere soprattutto famiglie a basso reddito e imprese, dall’altra a ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas dalla Russia e amplificare l’effetto delle sanzioni ad essa applicate. Entrambi i provvedimenti hanno pregi e difetti.
La prima proposta è quella di imporre un prezzo massimo all’acquisto del gas russo, l’altra è quella di applicare un prezzo massimo all’energia generata con il gas.
Imporre un prezzo massimo al gas russo
Al momento più dell’’80% dei contratti in essere con la Russia è indicizzato alla borsa di Amsterdam, il TTF (Title Transfer Facility), un punto di scambio virtuale dove il gas può essere venduto e acquistato al di fuori dei contratti a lungo termine, sia per una consegna immediata. (Spot), sia per una consegna futura a prezzo fissato al momento dell’acquisto (Forward o, anche, Future).
Il 68% degli acquisti sul TTF nel 2021 ha riguardato contratti Future, e questo indica che il quel mercato le operazioni puramente finanziarie sono molte di più di quelle finalizzate ad acquistare fisicamente il gas. È sul TTF che si fa il prezzo del gas europeo ed è anche grazie a questo meccanismo speculativo che i prezzi vengono spinti verso l’alto.
Gasprom vendendo al prezzo formatosi alla borsa di Amsterdam sta guadagnando proprio dalla riduzione delle sue forniture: le sue entrate sono triplicate a fronte di un meno 75% di gas. (Vd. grafico successivo).
A queste condizioni, alla Russia non conviene smettere di fornirci totalmente il gas, perchè continua a guadagnare.
Come detto prima per l’Europa sarebbe conveniente fissare un price cap (tetto massimo) alla Russia per la fornitura dei suoi volumi di gas, ma a questo punto la Russia perderebbe i suoi guadagni e, quindi, potrebbe essere incentivata a chiudere totalmente le forniture.
Quest’anno, ai prezzi attuali, riuscirebbe infatti ad avere solo dal gas introiti per 100 mld che, con un tetto, scenderebbero a meno di 20 mld euro.
Dunque imporre il tetto spingerebbe la Russia a interrompere le fornituree in questo momento il mercato non ha quel 15% di gas che mancherebbe se Putin chiudesse i rubinetti. Servirebbero almeno due anni per sostituirlo e, intanto, il prezzo di tutto il resto del gas lieviterebbe probabilmente più in alto di quanto sia ora.
Imporre un prezzo massimo all’energia generata con il gas
Nel mercato dell’energia elettrica il prezzo dipende dal mix di energia generata e, in particolare, dal prezzo del gas che spesso è l’ultimo generatore perché facile da usare e sempre disponibile. Per questo il prezzo del gas determina ilprezzo marginale.
Quindi se il gas costa 250 Ero mW/h inciderà anche sul prezzo delle rinnovabili perché è grazie al gas che possono essere usate sempre (le rinnovabili infatti sono incostanti e si possono utilizzare solo se integrate con il gas). Alla fine costeranno 250 euro anche se per produrle sono stato necessari 5 euro. Quindi anche il mercato delle rinnovabili viene drogato.
Spagna e il Portogallo hanno sperimentato invece dal giugno scorso l’imposizione di un prezzo amministrato all’energia generata con il gas sul mercato interno, pagandolo circa 40€ a MW/h. Dopo i primi sei mesi il prezzo aumenterà di 5€ ogni mese, arrivando al massimo a 70 €/MWh. Questo permetterà un risparmio in bolletta pari al 38% in meno rispetto al secondo trimestre 2022.
La misura non intaccherà gli introiti per la Russia, perché i produttori di energia continueranno ad acquistare il gas nel mercato internazionale allo stesso prezzo. Sarà poi lo stato a compensare la differenza di costo tra questo tetto e i prezzi TTF (la borsa di Amsterdam). Il costo per i due paesi per un anno è di 8,4 miliardi di euro. In pratica, si ricompensano i fornitori con soldi pubblici.
Il sistema apparentemente non sta funzionando bene perché lo stato recupera i soldi spesi dalle “compensazioni” sulle bollette e quindi per i cittadini è cambiato poco, e dal “reddito di congestione” (cioè i profitti della vendita di gas prodotto in Spagna alla Francia, che sta beneficiando indirettamente della misura acquistando elettricità più a buon mercato dal vicino iberico). Infatti le importazioni di energia prodotta in Spagna dalla Francia sono aumentate e questo potrebbe costare alla Spagna circa 1,2 miliardi di euro.
Ciò nonostante, da quando è in vigore il tetto, i prezzi finali per i consumatori spagnoli sono stati regolarmente più bassi di quelli che avrebbero pagato senza il tetto. (Figura successiva).
Fatti i dovuti calcoli il sistema del tetto al mercato interno del gas potrebbe funzionare anche in Italia, anche considerando le diversità nel mix energetico rispetto alla Spagna. Sarebbe opportuno però valutare un recupero del costo pagato dallo stato per compensare i produttori interni, anche attraverso la tassazione degli extra-profitti come contributo di solidarietà a carico dei produttori di energia da combustibili fossili.
Le proposte della Commissione Europea
Il 14 settembre, durante il discorso annuale sullo Stato dell’Unione Europea al Parlamento Europeo in riunione a Strasburgo, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha proposto di tassare il 33% degli extra-profitti delle imprese produttrici di energia fossile a partire dal 2022, con introiti previsti di 25 miliardi di euro in più all’anno. I governi nazionali dovrebbero invece fissare un tetto massimo di 180 euro per megawattora alle entrate generate dai fornitori di energia nucleare e rinnovabile. Questo, a sua volta, genererebbe un profitto in eccesso di circa 117 miliardi di euro all’anno che dovrebbe essere incanalato in sussidi per le famiglie e le imprese in difficoltà che devono far fronte all’impennata delle bollette energetiche.
La Commissione Europea prevede inoltre che entro l’inizio del 2023 dovrebbe essere varata la riforma del mercato dell’elettricità nella quale è previsto il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica proveniente dal gas naturale da quella di altre energie. Collegare il prezzo dell’energia elettrica al gas aveva senso 20 anni fa, quando le rinnovabili costavano molto, ma oggi è il gas ad essere più costoso e a spingere in alto anche i prezzi delle rinnovabili.
La riforma del mercato elettrico sarà molto importante per tenere basse le bollette, ma sarà anche necessario incidere attraverso di essa sulle abitudini di consumo della popolazione incentivando il risparmio energetico affinche non sia annullato dall’abbassarsi dei prezzi.
Come passeremo l’inverno
Basterà il gas per l’inverno? Se non riduciamo i nostri consumi non basterà. Per ora li abbiamo già ridotti del 5% e non basterebbe comunque. Dobbiamo arrivare ad abbassarli di circa il 10% come dal piano del governo (Piano Nazionale di Contenimento dei consumi di gas naturale).
Se riusciremo a farlo, immaginando che la Russia possa chiudere totalmente le forniture di gas e che quindi la Germania possa avere molto più bisogno di gas dalla Norvegia che glielo venderebbe in cambio di un prezzo più alto di quello pagato dall’Italia, arriveremmo a zero scorte strategiche superando l’inverno.
In teoria, quindi l’Italia potrebbe superare l’inverno anche senza il gas russo e Norvegese. Ma per l’anno successivo non avremmo scorte.
Occorre una soluzione composita che preveda sia investimenti pubblici come la velocizzazione dello sviluppo delle rinnovabili (parchi eolici marini, energia dal moto ondoso, energia idroelettrica con costruzione di nuove mini dighe, geotermica, solar roads, power roads), il raddoppio del TAP, rigassificatori mobili o la riapertura, anche solo temporanea, dei nostri giacimenti di gas, siainvestimenti privati, per esempio, per la realizzazione di comunità energetiche a livello di quartiere o condominio.
Occorre portare avanti con forza la scelta di fare delle rinnovabili una componente crescente e prevalente del mix energetico, da integrare fino a che è necessario, con investimenti meno green, anche temporanei. E intanto, spingere sulla ricerca per andare avanti sul progetto di decarbonizazione.
Dal punto di vista geopolitico, la differenziazione delle fonti di approvvigionamento è un obiettivo da perseguire sempre.
Ritengo che varrebbe la pena pensare a una unione tra i paesi del mediterraneo (europei, della sponda Nord dell’Africa e balcanici) che metta al centro della collaborazione la ricerca di un accordo sulla gestione delle risorse energetiche, ambientali e dell’acqua, risorse per le quali si svolgeranno i prossimi conflitti , se non si interviene.
Penso a una Comunità Mediterranea per l’Energia, l’Aqua e l’Ambiente (sul modello della CECA) all’interno della quale stabilire meccanismi regolatori e prevenzione dei conflitti comuni.